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La Repubblica e Il Tirreno, bonjour tristesse

martedì, 7 febbraio 2017, 01:34

di aldo grandi

Credeteci, non è perché due giornaliste-collaboratrici del quotidiano livornese Il Tirreno ci hanno denunciato, di nascosto, all'ordine dei giornalisti che andiamo a scrivere-descrivere questo moto di vergogna che ci assale da un po' di tempo a questa parte. Non è, cioè, una sorta di vendetta a posteriori. I due esposti, tra l'altro, hanno avuto esito negativo e siamo stati assolti. E', in particolare per il quotidiano romano, la tristezza che ci ha assalito, in particolare questa mattina, quando, in un bar - perché i giornali cartacei, ormai, si leggono, soprattutto, negli esercizi pubblici - abbiamo visto la prima pagina con una grande foto di Marie Le Pen con un braccio alzato. Conoscendo i meccanismi e le bastardate di questo mestiere per averlo fatto per oltre 25 anni, l'immagine è stata volutamente pubblicata per far sì che il lettore percepisse da un lato la chiarezza della figura femminile e la associasse, al tempo stesso, a un regurgito fascista. Peccato che ad un occhio più attento appare evidente che non c'è alcuna connessione tanto più che siamo in Francia e che i cugini d'Oltralpe, forse sarà il caso di ricordarlo, hanno aspramente e strenuamente combattuto contro il nazismo salvo una parentesi legata ad una destra conservatrice e nazionalista che, comunque, è sempre stata più nazionalista che nazi-fascista. Anche il cuginetto livornese aveva, se non sbagliamo, un commento o anche un paio tendenti a mettere in guardia i propri lettori - sempre più in calo dicono le statistiche - dal pericolo Trump-Le Pen.

Ci risiamo. Accade quel che è già accaduto per la Brexit, per Trump, per il referendum del 4 dicembre: i Maestri del Pensiero Unico che albergano tra le mura di via Cristoforo Colombo e di viale Vittorio Alfieri si sentono in dovere di mettere in guardia i lettori su ciò che potrebbe avvenire non tanto a questo Paese in quanto Stato, ma in quanto componente dell'Unione Europea perché non se lo avete capito, ma i più strenui difensori degli enti sovranazionali e della distruzione di ogni senso e sentimento di identità nazionale sono proprio loro. Che si guardano bene dal dare il giusto risalto alle verità scomode che i loro occhi foderati di prosciutto non vogliono commentare per convinzione e ordini di scuderia. Reclamano, i soloni della Sinistra a un tanto al chilo, l'autodeterminazione per i popoli del Terzo mondo, della Siria, ma si guardano bene dal reclamare il diritto all'autodeterminazione per il popolo italiano che nessuno vuole far votare perché sanno bene, i parlamentari a 12 mila euro al mese, che sarebbe una débacle. Evitano accuratamente, gli opinion makers ad Una Dimensione di rivelare che la stragrande maggioranza degli italiani non solo approva Donald Trump, ma, in particolare, approva quello che sta facendo a proposito dell'immigrazione. 

In sostanza, questi due giornali e tutti gli altri che appartengono al gruppo guidato e di proprietà di De Benedetti, si ergono dai tempi lontani del Caf - ma all'epoca erano una pattuglia coraggiosa e straordinariamente innovativa - a depositari della Verità solamente perché sdraiati a Sinistra e convinti, come la Cultura di questo disgraziato Paese, che la Verità sia solo e sempre in quella direzione. 

Noi ci domandiamo e domandiamo a questi come mai è così semplice sparare su chi la pensa diversamente, ma non si hanno nemmeno lontanamente il coraggio, la dignità professionale e la volontà di raccontare quello che tutti sanno, ma che nessuno a Sinistra dice tantomeno scrive: ci vengono a fare la morale, in poche parole, i dipendenti di un imprenditore, Carlo De Benedetti, il quale risulta debitore di 600 milioni di euro - non pizze e fichi - al Monte dei Paschi di Siena, l'istituto di credito affondato con il contributo sostanziale e sostanzioso di una classe politica senza vergogna.

Allora, a noi che ricordavamo quando, nel 1977, andavamo in giro sul 99 nero che fermava a viale delle Milizie a Roma proveniente dalla Balduina e ci portava a piazzale Flaminio dove avevamo la scuola, con, sottobraccio, una copia del quotidiano appena fondato da Eugenio Scalfari - anche se, ignoranti come eravamo, non ci capivamo nulla, ma faceva tanto chic - vedere come si è ridotto questo giornale e come si sono ridotti colleghi che hanno avuto cotanti maestri e direttori, mette, indubbiamente, tristezza, quel Bonjour Tristesse che Francoise Sagan impresse nel titolo del suo più bel romanzo. 

A noi non risulta, cari colleghi, che Trump e Le Pen insieme, abbiano causato all'Italia e a noi risparmiatori un danno di 600 milioni di euro tangibile e quantificabile sull'unghia. E come mai voi, così solerti nello spaccarci gli attributi con le vostre lezioni di deontologia ospirate alle innumerevoli carte che avete prodotto a Sinistra e soltanto a Sinistra, poi venite meno alla regola deontologica fondamentale per un giornalista che è quella, questa sì importante e che dovreste imparare tornando a scuola - di rompere sistematicamente i coglioni a chi detiene il potere e a chi, del potere, fa un uso come quello del vostro editore.

600 milioni di euro. Metteteveli bene in testa perché ad ogni riunione, ad ogni conferenza, ad ogni appuntamento, saranno i lettori a chiedervi che fine hanno fatto quei soldi e per quale ragione non sono tornati indietro. Massacrate ogni giorno senza vergogna il sindaco di Roma per un avviso di garanzia, ma quanti avvisi di garanzia - in galera se ci fosse una giustizia vera in questo sfasciato Stivale! - dovrebbe avere Carlo De Benedetti che ha preso a prestito 600 milioni di euro senza restituirli?

Colleghi? No, vi abbiamo chiamati così, ma non ci sentiamo, perdonateci, vostri colleghi. Siamo, e lo diciamo con presunzione, un gradino - una scala - al di sopra.


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