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Ce n'è anche per Cecco a cena

Un anno vissuto pericolosamente

mercoledì, 12 dicembre 2018, 16:20

di aldo grandi

Era il 22 dicembre 2017. La telefonata sul cellulare arrivò mentre chi scrive era steso su un letto al Casone di Profecchia, alta Garfagnana 1400 metri di altezza, con un febbrone da cavallo. Dall'altra parte del 'filo' la polizia postale di Lucca invitava a recarsi immediatamente presso il suo ufficio a San Filippo per ritirare la notifica di un provvedimento giudiziario adottato dal Gip nei confronti de La Gazzetta di Lucca, ossia il sequestro preventivo di una pagina denominata Coglioni in divisa. Dopo aver spiegato le condizioni di salute che rendevano impossibile recarsi a Lucca, si riuscì a trovare una via di mezzo. Il sottoscritto, malato o non malato non era un problema dello Stato, avrebbe dovuto recarsi immediatamente a Castelnuovo Garfagnana per ritirare copia del documento presso la stazione carabinieri dove, nel frattempo e via fax, il documento sarebbe stato inviato. Detto fatto. Una tortura con il risultato di rientrare al Casone con la febbre ancora più alta e il morale ancora più in basso. A inizio gennaio, nuovo sequestro preventivo di alcuni articoli rintracciati sulle cinque Gazzette, ma questa volta l'avvocato Cristiana Francesconi decide di fare ricorso e il tribunale le darà ragione revocando il sequestro. Nell'aria c'è anche un processo nei confronti di Aldo Grandi per un titolo giudicato diffamatorio che rappresenta, quindi, una ulteriore tegola sulla testa di questo pennivendolo da strapazzo. Ma non è tutto. Arrivano anche due esposti, presentati all'ordine dei giornalisti di Roma, per presunte violazioni di altrettanti codici etici. Da Roma, inoltre, arriva la decisione del terzo collegio in virtù del quale Aldo Grandi viene sospeso tre mesi per aver augurato la morte a Laura Boldrini. Allo stesso tempo parte anche il procedimento penale. 

Come se non bastasse, sul capo gli è piombata una sentenza assurda, sempre per il reato di diffamazione, pronunciata dal giudice per una domanda rivolta a Marco Affatigato durante una lunga e, a nostro avviso, esauriente intervista. Otto mesi di reclusione per aver semplicemente chiesto ad Affatigato cosa pensava del fatto che, nell'ambiente politico di appartenenza e militanza, qualcuno lo considerava un infame. Affatigato aveva risposto chiamando in causa alcuni personaggi del neofascismo anni Settanta e la figlia di uno di essi, sentendosi colpita negli affetti, aveva querelato sia Affatigato sia il giornale. 

Un anno, il 2017, finito come peggio non si poteva e il successivo, il 2018, cominciato altrettanto malamente. Ce n'era a sufficienza per abbattere un toro, avrebbe scritto Galeazzo Ciano nei suoi diari all'indomani dello scoppio della Seconda guerra mondiale in merito alla richiesta di materiale bellico e altro rivolta da Mussolini ad Hitler per poter entrare in guerra da subito a fianco della Germania.

Noi non siamo un toro e, difatti, il male oscuro, come lo aveva chiamato nel 1964 in un suo libro Giuseppe Berto, la depressione, si abbatté sul nostro direttore (ir)responsabile. Fu una mazzata, passare dal possedere una pressoché inesauribile energia ad una sorta di apatia generalizzata e immodificabile. Tutto quello che fino a un giorno prima era facile e oseremmo dire, normale, il giorno dopo era diventato una montagna impossibile da scalare. 

Da allora e fino a qualche mese fa, quando la luce in fondo al tunnel è tornata a splendere, questo livornese-romano arrivato a Lucca 29 anni fa ha cercato di mettere la testa fuori dall'acqua e se, alla fine, c'è riuscito, è anche grazie a tutti quei lettori che, per voglia, abitudine o convinzione, hanno continuato a credere nello spirito libero e irriverente che anima, da sempre, queste Gazzette. E, insieme a loro, il merito è stato anche e ci aggiungo una enorme, sconsiderata, sconfinata gratitudine, di tutti quei commercianti, piccoli imprenditori, artigiani che hanno creduto dall'inizio nella battaglia intraporesa da questi giornali contro una informazione politicamente corretta, ma sostanzialmente apatica e incapace di assumersi le responsabilità che le competono.

Forse questi clienti pubblicitari delle Gazzette non se ne sono resi conto o non ci hanno mai pensato, ma se noi continuiamo ad esistere è solo perché qualcuno si affida alle nostre testate per pubblicizzare i propri prodotti o la propria attività. Non c'è un modo sufficientemente adeguato per ricambiare questa fedeltà, questo senso di comunanza e di condivisione di tematiche, idee, soluzioni. L'unico minimo comune denominatore che abbraccia ed accoglie questa comunità che potremmo definire populista o sovranista o anche nazionale, è l'aver compreso come l'ipocrisia, la prepotenza, l'ingordigia e il privilegio alberghino quasi sempre in chi custodisce e conserva ogni tipo di potere. Per questo noi siamo contro il potere nel momento in cui esso diventa da responsabilità verso gli altri strumento di dominio e sopraffazione e, peggio ancora, di annullamento e annacquamento delle coscienze.

I nostri rospi, a queste latitudini, noi li sputiamo e se qualche volta ci restano per gola, lo sputo è soltanto rimandato perché la vita, in fondo, non è una corsa in velocità dove occorre vincere tutto e subito, ma una corsa di resistenza in cui si può anche morire più di una volta e sperare, senza paura, di potersi risollevare. Chi avrà letto queste righe avrà capito che il percorso di ciascuno di noi è cosparso di lacrime, sudore e, a volte, sangue. L'importante, allora, non è pretendere di vincere sempre, ma di non arrendersi mai.

 


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