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Per anni nella consulta dell'immigrazione, massacrata di botte da un marocchino: "La prima vittima è lui"

lunedì, 11 febbraio 2019, 22:51

di aldo grandi

Si chiama Mariangela Castro, ha 64 anni, è viareggina e ha un passato nella Consulta dell'immigrazione. Giovedì scorso è stata assalita e picchiata con violenza da un giovane marocchino che ha cercato di strapparle la borsetta e che, non riuscendovi, si è accanito sulla donna. Fortuna ha voluto che sia intervenuto il compagno che ha messo in fuga l'aggressore successivamente arrestato dalla polizia e rimesso in libertà dal giudice che non ha convalidato il provvedimento restrittivo della libertà personale derubricando il reato. L'immigrato è clandestino e con precedenti per spaccio di droga. Dov'è la novità in questa notizia? Si tratta, infatti, di cose già scritte, lette e commentate a tutte le latitudini possibili e immaginabili. L'unica differenza l'abbiamo appresa grazie all'intervista che la vittima dell'aggressione ha rilasciato ai microfoni di NoiTv. La donna, dopo aver descritto l'accaduto, con il viso tumefatto, ha avuto parole di comprensione per l'assalitore spiegando che, di tutta questa situazione che gli rovinerà la vita, la prima vittima è proprio lui. "E se fosse capitato a mio figlio?" si domanda nel video la signora Castro e così dicendo stempera la reazione, arrivando a comprendere sì l'iniziale arrabbiatura, comprensibile, ma senza dare un seguito altrimenti si rischia di diventare delle bestie. La donna è stata, in passato, componente della consulta dell'immigrazione, quindi, deve sicuramente aver avuto a che fare con clandestini e immigrati. E' apprezzabile il suo perdono così come la scelta di non lasciarsi andare a ipotetiche vendette anche solo verbali, ma non vorremmo che dietro questo messaggio si nascondesse il solito buonismo che non soltanto non fa bene a chicchessia, ma rischia di stravolgere la portata dell'episodio. Inoltre, ci perdonerà la mamma viareggina, ma se nostro figlio avesse fatto o facesse quello che ha fatto il giovane marocchino, bene, di un delinquente si tratterebbe che non avrebbe diritto ad alcuna scusa tantomeno ad una qualsiasi attenuante. Se dovessimo giudicare con lo stesso metro di giudizio della vittima di questo episodio, ebbene, allora anche l'immigrato che ha spaccato la faccia con un mattone o una bottiglia all'agente di polizia in pineta, avrebbe diritto alla comprensione e, se tanto mi dà tanto, anche lui sarebbe, sostanzialmente, la prima vittima di tutto.

Ci manca solamente un premio per l'aggressore e poi siamo a posto. Per fortuna la signora Castro non ha dovuto subire, come l'agente di polizia, alcun intervento chirurgico, ma è indubbio che questo atteggiamento buonista, comprensivo, tollerante, oseremmo quasi dire cristiano laddove sembra pronto a porgere l'altra guancia, è assolutamente fuorviante e pericoloso. Fuorviante perché stiamo parlando di persone che aggrediscono non per difendersi, ma per fare del male all'altro quasi sempre indifeso o preso alla sprovvista. E pericoloso perché, così facendo, si finisce per giustificare tutto ciò che commettono di illegale gli immigrati con la scusa della loro non integrazione per colpa della nostra società, magari anche capitalista e ingenerosa, sfruttatrice e cattiva. Non è un caso se quasi tutte le associazioni che si occupano di assistenza agli immigrati sono di matrice cattolica o di sinistra: entrambe hanno, in comune, una visione palingenetica dell'individuo in grado di garantire una sorta di riscatto e rinnovamento interiori. Per ambedue, inoltre, le colpe non sono mai dell'essere umano in quanto tale, ma della società e comunque estranee alla sua volontà. Si tratta di una visione ideologica in tutti e due i casi dove si vorrebbe far passare per santo chi non conosce nemmeno cosa sia la santità. 

Noi non abbiamo paura né vergogna a dire che se un immigrato, ma anche un italiano o un francese o un inglese, sia esso bianco, nero, giallo o nocciola, picchia selvaggiamente una persona per un qualunque motivo che non sia la legittima difesa, deve essere messo nelle condizioni di non farlo più, non scarcerato come se avesse vinto alla lotteria. La visione che passa a questi microcriminali è quella di una giustizia che permette tutto e il contrario di tutto, passa il messaggio che in Italia si può pestare una donna per rapinarla, ma tanto, poi, ci pensano alcuni giudici a rimettere in libertà il picchiatore come se niente fosse accaduto. Ci verrebbe da domandare se la stessa cosa avverrebbe nel caso in cui la vittima fosse un congiunto di colui che decide di scarcerare un delinquente vanificando, così, anche il lavoro della polizia che lo ha catturato. 

Oggi pretendere che chi sbaglia paghi senza se e senza ma equivale a sentirsi affibbiare la patente di fascisti dell'ultim'ora. Come se l'orine e la sicurezza fossero un monopolio politico e non, invece, la prima esigenza di ogni società dai tempi del contratto sociale di Jean Jacques Rousseau altrimenti cosa servirebbe all'individuo rinunciare a parte della propria libertà se non per garantirsi quella sicurezza che da solo mai riuscirebbe a procurarsi? L'immigrato era senza fissa dimora, senza lavoro, uno sbandato che campava di piccoli reati compreso lo spaccio di droga che tanto piccolo non sembra. Sì, perché questa società dove tutto è permesso affinché niente sia vietato, è arrivata a giustificare tutto ciò che accade semplicemente perché accade rinunciando a qualunque criterio di valutazione e di giudizio, astenendosi e deresponsabilizzandosi con il risultato di concedere tutto al singolo senza alcun obbligo verso la collettività.

Lo spaccio di droga, ad esempio, sembra diventata una sorta di passione sportiva cui dedicarsi in mancanza d'altro. Un'attività, per giunta, redditizia e nemmeno particolarmente disdicevole se si pensa che oggi, in giro, di gente che spaccia ce n'è a milioni così come altrettanti sono coloro che consumano. 

Chiudiamo augurando alla signora Castro di rimettersi presto sia fisicamente sia per lo spavento ed elogiando la sua capacità di perdonare, capacità che, lo diciamo francamente, a noi non sarebbe nemmeno passata per la testa. Anzi, a dirla tutta, avremmo chiuso in cella il rapinatore e, poi, avremmo gettato la chiave nel lago di Massaciuccoli sicuro che nessuno l'avrebbe più trovata. E la funzione rieducativa della pena? Non ci interessa, preferiamo la funzione diseducativa, ma sicuramente protettiva dell'intera comunità.

 

 

Video Per anni nella consulta dell'immigrazione, massacrata di botte da un marocchino: "La prima vittima è lui"


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