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Ce n'è anche per Cecco a cena

Industriali ed imprenditori désengages

giovedì, 23 maggio 2019, 11:08

di aldo grandi

Una volta, alle origini del capitalismo italiano, notoriamente cresciuto non solo per meriti propri, ma anche grazie all'apporto di capitali stranieri, c'erano famiglie che, come nel resto del mondo occidentale, vivevano la propria condizione sociale non tanto come un diritto o un privilegio, ma come una sorta di compito assegnato dalla dea fortuna o da qualcun altro più in alto e, comunque, ne deducevano il dovere, quando non anche l'obbligo, di fare qualcosa per gli altri. Questi ultimi erano i più bisognosi ed è indubbio che questa concezione filantropica faceva a cazzotti con le interpretazioni del marxismo, fosse esso quello scientifico o quello utopistico. Fatto sta che le grandi famiglie della borghesia milanese e piemontese, erano soliti allevare i figli al fine di cooptarli nelle proprie imprese e, per quelli meno adatti, ossia più tendenti al dolce far niente, era quasi certa la destinazione romana dove dedicarsi alla politica considerata, giustamente, all'epoca, una materia per cerebrolesi o, comunque, per gente che non aveva granché da fare. Chi scrive, ad esempio, ha pubblicato, nell'anno 2000, la biografia di Giangiacomo Feltrinelli, la cui dinastia è stata, realmente, alle origini del capitalismo italiano e il cui padre, Carlo, fu uno dei personaggi più importanti e rappresentativi del sistema economico-finanziario dei primi anni Venti del Novecento.

A quei tempi i Feltrinelli dedicarono e destinarono risorse finanziarie per agevolare la condizione dei propri lavoratori e delle classi subalterne, non lesinando, in periodo fascista, anche i lasciti al regime mussoliniano che, poi, li investiva nelle opere avente valenza sociale. Così facevano molte altre famiglie tra le più ricche del paese. Con il passare del tempo, tuttavia, e l'acuirsi, anche, delle rivendicazioni salariali e, successivamente anche politiche, gli imprenditori-industriali italiani abbandonarono progressivamente questa sorta di abitudine, a mano a mano che il capitale abbandonava le caratteristiche familiari che aveva avuto passando a proprietà più numerose, variegate e meno radicate sul territorio. 

Oggi, tanto per intenderci, industriali e imprenditori pensano, soprattutto, ai propri interessi, ossia a fare profitto ed è ovvio che anche il semplice esserci con tanto di dipendenti rappresenta, comunque, una nobile funzione sociale. Ciònonostante è, piuttosto, latitante il forte senso di appartenenza di una volta e la consapevolezza per non dire coscienza, di ciò che si è rispetto a ciò che si era. Una volta industriali e imprenditori avevano ben chiaro il ruolo da ricoprire all'interno della società, oggi, al contrario, la mobilità è diffusa e la proprietà, a volte, persino anonima o addirittura impersonale. Conseguenza ne è che l'impegno politico, etico e sociale della categoria o classe una volta borghese, non esistono quasi più e se questo, da un lato, può rappresentare un bene per la non ingerenza negli affari pubblici, dall'altro costituisce un volersi deresponsabilizzare che rasenta il disimpegno puro e semplice.

Eppure i padroni del vapore, al di là della necessità di impegnarsi in prima persona, dovrebbero capire, al giorno d'oggi, quanto sia importante favorire, tutelare, promuovere non tanto o non solo i propri interessi, quando i valori ai quali la categoria si richiama da sempre e dei quali ha sempre avuto, ha e avrà bisogno per sopravvivere. Invece niente di tutto questo. Lasciamo perdere gli industriali di oggi che si dedicano alla politica: se non sono inutili, sono dannosi, più per gli altri che per se stessi.

Che fare dunque? Sarebbe il caso che le associazioni corrispondenti operassero delle scelte ben chiare anche per far capire da quale parte si sta se, cioè, da quella della conservazione illuminata o, al contrario, dell'anarchia diffusa. 

Meditate, industriali, meditate.


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