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Cultura

La cultura ai tempi di Telemaco Signorini

venerdì, 1 luglio 2016, 14:03

di riccardo cavirani

Viareggio centro di cultura internazionale: è questo il ruolo che assume oggi la perla del Tirreno grazie ad una proficua collaborazione tra il Centro Matteucci ed il comune: una mostra importantissima, che partirà domani e che riporta la città a far parlare di sé ben oltre i confini regionali.

Il titolo di questa affascinante esposizione - “Il tempo di Signorini e De Nittis. L’Ottocento aperto al Mondo nelle Collezioni Borgiotti e Piceni” - è una citazione ed un omaggio a Diego Martelli che sognava già nell’Ottocento una raccolta di arte italiana di respiro internazionale. Quel sogno, fatto proprio da Giuliano Matteucci, si è tradotto, qui, in palpitante realtà.

Dice il vicesindaco Rossella Martina: "la mostra è in collaborazione con il comune di Viareggio; ma il merito è tutto della fondazione di cui non possiamo che godere ed apprezzare questa partnership.
Tutti noi abbiamo ancora profonde radici nell'Ottocento, che sono le radici della nostra cultura".

Questo appuntamento è molto di più di una pur emozionante carrellata di capolavori di De Nittis, Zandomeneghi e Boldini affiancati a opere non meno superbe di Signorini, Lega e degli altri protagonisti del momento macchiaiolo.

E’ il racconto per immagini – e che immagini – di una “singolar tenzone”, mai ufficialmente dichiarata eppure vissuta con passione, tra due fini intellettuali e grandi esperti d’arte nella Milano di via Manzoni, all’indomani del secondo conflitto mondiale.

I due, Enrico Piceni (1901 – 1986) e Mario Borgiotti (1906 – 1977), avevano abitazioni e collezioni a pochi passi di distanza. Entrambi frequentavano il bel mondo della cultura del tempo.

Il primo, Piceni, si occupava della Medusa e dei Gialli per Arnoldo Mondadori, era traduttore di Dickens e della Brönte, amico di Montale e di Vergani. E soprattutto appassionato estimatore degli “Italiani di Parigi”, ovvero Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini. Di loro cercava, e sapeva conquistarsi, opere di qualità sublime.

Il secondo, livornese di nascita e di spirito, giunse a Milano dopo essersi “formato” alle Giubbe Rosse di Firenze, amico di Papini, Cecchi e Soffici. Musicista e violinista. Ma sopratutto innamorato dei “suoi” macchiaioli. Che naturalmente cercava, anche lui dopo una selezione quasi maniacale, di condurre nella sua collezione.

Giuliano Matteucci, grazie alla collaborazione con la Fondazione Enrico Piceni e del Comune di Viareggio e grazie soprattutto al suo personale prestigio internazionale, è riuscito a proporre al pubblico, insieme, le collezioni personali dei due protagonisti, la prima confluita nel patrimonio della Fondazione Piceni, la seconda tutt’ora nella disponibilità della famiglia Borgiotti. L’occasione è di quelle da non perdere. Per la suggestione del confronto culturale, innanzitutto. E poi perché molte delle opere che saranno in mostra al Centro Matteucci sono rimaste “private” da decenni, invisibili e non concesse a nessuna mostra e museo. Giuliano Matteucci inoltre affianca ai capolavori delle due collezioni milanesi un ristretto, essenziale, nucleo di altre opere di confronto, anch’essa scelte tra i vertici sia dell’Ecole Italienne che dei Macchiaioli.

Proprio in relazione alla eccezionalità di questa mostra, degna di un grande museo internazionale, il periodo espositivo sarà particolarmente “importante”. Non solo la tradizionale stagione dell’estate viareggina ma l’autunno e poi il primo inverno, sino al 26 febbraio del 2017, perché questa mostra è molto di più che una “occasione estiva”.

Si respira, attraversando le sale, lo scambio culturale che lega indissolubilmente la Toscana dei macchiaioli alla Parigi degli impressionisti, che è molto più di una influenza reciproca.
È assodato ormai anche dal più recenti studi che i macchiaioli sono stati la prima avanguardia europea e che hanno anticipato di un ventennio l'avanguardia impressionista. I due estremi di queste culture, nei pittori italiani come Zandomeneghi, che partecipò alle collettive impressioniste, finiscono però per fondersi in un unicum: basti pensare allo stesso Degas che aveva origini partenopee e spesso soggiornava nello storico palazzo Pignatelli Monteleone in calata Trinità Maggiore quando andava a trovare i nonni paterni.

Diego Martelli è stato uno dei più grandi critici dell'Ottocento, è a lui che dobbiamo la codificazione dell'impressionismo e del movimento dei macchiaioli, famoso il ritratto eseguito da Giovanni Fattori mentre il critico fuma un toscano seduto su una sdraio. E sono quattro tele di Fattori che spiccano nella collezione Borgiotti, tra cui "i tre artiglieri" ed "i barocciai".
Le due curatrici hanno potuto lavorare su materiale di prima mano, i diari di Borgiotti e di Piceni, che hanno seguito pur con strade diverse e parallele la lezione di Martelli. Borgiotti e Piceni sono personalità articolate e la mostra è un buon viatico per scandagliare non solo la storia della pittura di quel periodo ma anche la vita ed il pensiero dei collezionisti e degli stessi studiosi.
Ma non solo.
Questa mostra rappresenta un mondo a noi vicino che non c'è più ma il cui ricordo echeggia ancora nel nostro secolo: l'Ottocento delle avanguardie e la borghesia intellettuale del secondo dopoguerra, momenti storici diversi che a loro volta si fondono in una continua ed inesorabile risacca che ritorna dal passato per bagnare le coste ormai inaridite del nostro fatuo ed inconsistente tempo presente.


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