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Scritto da lucia paolini
Cultura
22 Maggio 2022

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Ultima serata della stagione del teatro Jenco. La musica di Astor Piazzolla introduce un’atmosfera ricercata. I tacchi delle donne, con i capelli freschi di messa in piega e i primi vestiti svolazzanti di seta leggera donano al piccolo teatro la dignità di un grande palcoscenico. 

Sono molti i momenti importanti durante uno spettacolo, il primo è, sia per il pubblico che per gli attori: l’inizio. In quei pochi attimi dove si spengono le luci in sala e si accendono quelle sul palco, in quel semplice momento si definisce tutto. Il respiro dell’attore cambia e il personaggio con il suo modo di camminare, parlare, vivere, prende il sopravvento e per il pubblico è esattamente come aprire una porta. Come sarà l’arredamento della casa? Chi si incontrerà? 

E’ il tempo di un respiro e poi la storia inizia. In questo caso ci troviamo di fronte la signorina Else, con un abito meraviglioso che ci riporta agli inizi del ‘900. Le luci creano dei giochi di riflessi e ombre che ne fanno risaltare il colore rosso. Una macchia rosso sangue nel nero del palco. Dentro il bellissimo abito un’incredibile Martina Benedetti.

La storia è tratta da un testo di Schnitzler. Else è una giovane donna che durante la vacanza con la zia riceve un telegramma dalla famiglia che la supplica di chiedere al signor Von Dorsday, amico di famiglia, un’ingente somma di denaro. Il padre con il vizio del gioco ha sperperato una fortuna. Von Dorsday accetta, ma in cambio chiede di poter vedere Else nuda per 15 minuti. Il monologo è un intimo dialogo della ragazza con se stessa, sui suoi dubbi, le sue aspettative, le sue paure.   
Nell’arte spesso si dice che i grandi artisti siano capaci, con pochi semplici tratti, di regalare emozioni intense. Sicuramente questo è il caso di Martina Benedetti. Incredibile la sua capacità di trasportarti nella storia, di farti vivere tutti gli sbalzi di umore di Else, muovendo forse tre passi in tutto il monologo. Il leggero movimento della testa, le mani e le braccia dure, bloccate, incastrate come la stessa Else, il corpo immobile e una voce in grado di scavare nel profondo. Modulata, triste, viva, brillante. Il corpo fermo e la voce della Benedetti con un carattere e una vitalità in grado di disegnare tutte le sfumature dell’animo di una ragazza che sta per vivere una violenza. Un testo nato inizialmente per il caffè della Versiliana, per un ambiente più intimo visto il difficile tema trattato, ma che anche in teatro se l’è cavata molto bene.

Schnitzler aveva scritto questo testo per denunciare la società dell’epoca, ma risulta indiscutibilmente molto moderno. Se non fosse per quell’abito, poche sono le tracce di un epoca storica diversa da quella attuale. I pensieri di Else sono anche del nostro tempo, arrivando a denunciare come violenza, non solo l’atto fisico in se’, ma anche tutta la parte più devastante che solo da pochi anni è stata considerata violenza psicologica. Una curiosità, Schnitzler abitava sulla stessa via di Freud e per anni hanno avuto un rapporto a distanza, senza mai incontrarsi. Le loro lettere e i loro scambi sono stati sempre di grande stima, fino alla dichiarazione da parte di Freud : « stimato dottore […]. Mi sono sempre chiesto con tormento, per quale ragione io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarLa e di avere un colloquio con Lei […]. Io ritengo di averLa evitata per una sorta di paura del doppio». Probabilmente la capacità di andare così in profondità nei pensieri e nelle emozioni umane è stata alimentata anche da questo proficuo scambio culturale.

Purtroppo questa meravigliosa perla è stata vista da pochi spettatori. Il teatro, che era riuscito a vedere gran parte delle rosse seggioline di velluto riempirsi di nuovo, questa sera non aveva una grande affluenza di pubblico. Sicuramente un’occasione mancata. Un bellissimo testo, una Martina Benedetti semplicemente spettacolare e una buona regia di Buscemi che ha saputo esaltare le caratteristiche della Benedetti senza appesantire la scena, ma lavorando solo sull’attrice. 

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