Per Roberto Longhi, uno ‘scultore nato morto’; per Luca Nannipieri, una ‘persona che scolpiva da dio’. Ma, insomma, chi è Antonio Canova per la storia e la critica dell’arte? Forse è una farfalla, in marmo bianco, delicatamente appoggiata sul palmo di una mano; o magari due sinuosi corpi che si avvolgono, sfiorandosi fra loro in una danza pudica...
Chi ieri pomeriggio - alla Mondadori di Viareggio - ha avuto la fortuna di ammirare da vicino i quattro calchi in gesso delle opere originali dell’artista di Possagno, ha potuto imprimere nella propria retina lo stampo di una bellezza senza tempo. E non occorre scomodare capolavori come l’incantevole Amore e Psiche (conservato al Louvre di Parigi e, in copia autentica, all’Ermitage di San Pietroburgo - ma, ahinoi, non visitabile al momento a causa di questa assurda guerra) - per toccare con mano l’eternità nell’arte; bastano piccoli dettagli di volti - un Paride, un’Elena, un Perseo, una Maria Luigia – per apprezzarne la purezza eterea.
Nannipieri, per il suo ultimo romanzo (edito da Rizzoli), ha scelto il titolo “Candore immortale”: il candore è, senza dubbio, quello neo-classico che emerge dalle opere di Canova; l’immortalità, invece, è quella a cui ambisce lo stesso artista quando crea. E non è un caso che l’autore abbia voluto porre sullo sfondo del suo libro la figura di Napoleone. Il sanguinario imperatore dei francesi fu ossessionato dal tema dell’immortalità che pensò di raggiungere, non solo con la brutale e arida distruzione, ma pure con la creazione di un museo - anzi ‘del’ museo per eccellenza - di opere d’arte (quello che poi diventerà il Louvre).
Candido, però, non lo fu Napoleone. Né immortale. Questo perché usò la forza e non comprese il fatto che il patrimonio artistico di un paese appartiene alla storia del suo popolo. Nessuna razzia, nessun furto, nessuna spoliazione può tagliare il cordone ombelicale che lo lega alla sua terra. Candido, semmai, fu il gesto di Canova di restituire – una volta isolato il delirante dittatore d’oltralpe – le opere d’arte trafugate nelle città italiane di provenienza. Fu la prima restituzione istituzionale del patrimonio artistico. Si potrebbe quasi dire che Antonio Canova fu un antesignano di ciò che oggi rappresenta il corpo di tutela dei beni culturali demaniali.
La gallerista versiliese Barbara Paci, moderatrice dell’incontro, ha fatto notare un particolare inedito (almeno per i profani dell’arte): il fatto che gli artisti neo-classici come Canova utilizzassero marmo bianco per le loro opere, si basa sul falso storico che gli scultori classici prediligessero questa tipologia di marmo per scolpire. In realtà, si è scoperto – nel tempo - che il marmo utilizzato dagli antichi era colorato ma che gli agenti atmosferici ed altri fattori hanno finito per scolorirlo. Così è arrivato a noi bianco. Affascinante.
Del romanzo in sé, si è parlato poco durante la presentazione. Della trama, giusto un accenno. Si è lasciato al lettore il sano gusto di scoprirlo comprando il libro. In compenso, si è parlato molto di bellezza. Bellezza assoluta, non relativa. Quella che forse oggi manca al nostro tempo, così indaffarato dietro al gusto schizofrenico delle mode.
Il pubblico era numerosissimo. L’evento, organizzato in collaborazione con Italia Nostra e l’Associazione Qulture, un successo annunciato – vista anche la bravura e la competenza dei relatori. Rimane però un quesito: davvero lo stato italiano si rende conto del patrimonio artistico che ha? A giudicare dalle ore di storia dell’arte nei licei, non si direbbe…
Nannipieri e Paci fanno il pieno a Viareggio: “La bellezza senza tempo delle opere di Canova”
Scritto da andrea cosimini
Cultura
11 Marzo 2023
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