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Enogastronomia

Vegan Fest: il buono, il brutto e il cattivo

venerdì, 27 aprile 2012, 17:00

di Marco Bellentani

Grande successo del Vegan Fest al Palazzo Mediceo di Seravezza, mostruosa manifestazione capace di offrirci ben 340 eventi da oggi al 1° maggio: dagli standisti, innumerevoli, tutti con prodotti vegan, ai concerti, da Beatrice Bacher ai Kismet Biz, fino alla miriade di conferenze, mostre fotografiche, dibattiti da non perdere, per poi ristorarsi nelle Nobili Scorpacciate Vegan di Federico Coria, chef internazionale di gran spessore. In tutto questo, il cattivo dovrebbe essere chi vi scrive: onnivoro e poco incline alle intransigenze. E, tuttavia, alcuni stereotipi sono andati a farsi benedire a favore di un reciproco dialogo davvero stimolante. Il brutto sono sicuramente quei prodotti, succedanei del formaggio, al gusto magari di gorgonzola: pasticci al sentor barbecue con farina di riso, burro di noci e quant’altro, davvero pessimi. Un po’ di cattiveria verrebbe anche nello spulciare i prezzi delle camicie in canapa, ma quando entri nel prato affollato di gioia del Palazzo Mediceo scopri anche tutto il buono del Vegan Fest. A cominciare dall’Ubuntu Cola, squisita bevanda, caratterizzata dalla certificazione Fairtrade Foundation e prodotta esclusivamente con zucchero del commercio equo e solidale, proveniente da Malawi e Zambia. Prodotto che dona il 15% dei suoi profitti allo sviluppo del Malawi: altro che stupide dissertazioni su chi sia meglio tra Coca Cola o Pepsi! Poi, i mix energetici alla frutta, freschi e leggerissimi, lo stick-house di gelati all’amarena ricoperta di cioccolato e via, più in la, la mostra-shock di SSCS contro le inutili e stolte stragi di balene e foche. Per finire, sotto il primo caldo sole, nel ristorante di Chicco Coria che, da onnivoro, si misura con le possibilità della cucina vegan, sondando i leganti naturali e la trasformazione delle proteine che nulla spartisce con la molecolare, ma semmai riscopre la tradizione della cucina povera, con sperimentazioni che vanno dal pomodoro ripieno con erbette e purea di sedano rapa, alla mousse di cioccolato all’olio extravergine su letto di cereali. Ed è lì che incontriamo la patron del festival, Renata Balducci, fondatrice di Promiseland.it, il massimo dei contenitori virtuali in tema vegan. Persona solare, squisita, energica, che ti trasferisce una gioia di vita che, in un colpo solo, ammorbidisce qualsiasi contrasto. “La scelta vegan è etica. Noi, per avvicinare la gente, strumentalizziamo la cucina che, tuttavia,” – ci dice, rispondendo alle nostre provocazioni –“riscopre l’antico sapore di chi, povero, non aveva altri mezzi per nutrirsi. Eppure, lavorava sodo! Nel mio libro” – Le 4 stagioni, scritto con Coria – “ci sono ricette che non prevedono, certo, ne tofu ne seitan, ma cose di casa nostra. Semplici, vere. Quei formaggini che a te non piacciono servono ai vegetariani per avvicinarsi a noi, contro le abbuffate di formaggio. Noi non vogliamo che l’animale sia ucciso, ma se la tua gallina nell’aia cova e tu non la ucciderai, ecco che puoi tranquillamente, da vegano, mangiarne le uova.” Le uova delle galline felici, le chiama. E come non essere d’accordo contro lo sfruttamento in batteria e contro la trucidazione industriale asservita alla grande distribuzione. Le distanze si accorciano. “Nondimeno ti disabitui a mangiare uova e latticini, imparando a riconoscere il sapore della pasta senza sale. Godendone in una dieta bilanciatissima, da curare. Questo è un approccio etico, spirituale, di buona vita.” E la sua scelta atea conferisce maggior coerenza ad una filosofia che non ammette il sacrificio, di nessuna carne, in nessun rito. Sprizza gioia questa donna, e il suo progetto funziona, nutre, diverte e fa cultura mentre ci facciamo immortalare davanti alle foto di Gianluca Acca. E fa piacere sapere che magari verrebbe anche a cena con chi vi scrive: per me bistecca e per lei una pizza vegan certificata Veganok! Ognuno con la sua scelta, col sorriso della libertà. Via, diciamolo: stasera possiamo anche mangiare vegan!


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