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Enogastronomia

Mentre l'Italia muore lentamente, in Costa Azzurra la gente vive e non ha paura

martedì, 28 luglio 2020, 08:49

di aldo grandi

Dicono che a 40 anni si cominciano a fare i bilanci. Noi che, appena ieri, ne abbiamo compiuti 59, a tracciare bilanci preventivi e, tantomeno, consuntivi, della propria esistenza ci abbiamo rinunciato da un pezzo. Sono fissi sul rosso e come quello dello stato italiano, invece di riprendersi, al massimo resta quello di sempre. Ciò nonostante, questa presa di coscienza non ci impedisce di continuare a credere che su questa terra valga la pena provare a vivere, almeno, fino a quando ce ne daranno la possibilità e noi saremo in grado di coglierla. Una decina di anni fa era stato l'amico Roberto Davini, uomo che molto ha girato e, presumibilmente, altrettanto ha visto e vissuto, a segnalarci la Costa Azzurra e a dirci che la nostra idea di fare un salto a Cannes non era buona, di più. E, così dicendo, ci aveva anche consigliato l'albergo ad hoc, il Martinez, proprio sulla Croisette. Accettammo di buon grado il suggerimento e non ce ne siamo mai pentiti. Anzi.

Negli anni a venire ci venne in mente di provare anche l'Intercontinental Carlton Hotel, indubbiamente il più bello e prestigioso. Poi, per un po', lasciammo da parte la costa francese fino a questo inverno quando, molto prima dell'inizio dell'emergenza sanitaria, prenotammo un breve soggiorno per i nostri 59 anni all'hotel Barrière le Gray D'Albion. Con l'avvento del Covid, abbiamo più volte pensato di rinunciare, ma, alla fine, ha prevalso la voglia di non lasciarsi andare a quella sorta di triste declino a cui questo Governo di parassiti e incapaci ci ha condotto senza che qualcuno, all'opposizione, abbia avvertito la necessità di prendere a calci nel culo una casta che, forte dei suoi privilegi, se ne è fregata della devastazione economica, sociale e psicologica in cui sarebbe caduta buona parte della popolazione.

Così, senza tante pretese né aspettative, ma sicuri che altrove avremmo, forse, trovato quello che qui non c'è, abbiamo messo la prua verso occidente diretti verso l'autostrada dei fiori e il confine di Ventimiglia. Ogni tanto spesso gli obblighi quotidiani della nostra vita andrebbero mandati a quel paese per seguire i propri desideri, ovviamente se umanamente realizzabili. Servirebbe a convincersi che il destino di ognuno di noi, nella maggior parte dei casi, dipende, proprio, dalla nostra volontà. Così, invece, non è e accade sovente che invece di volare si preferisca strisciare o, al massimo, camminare gattoni. Per carità, ognuno è libero di scegliere e anche non scegliere è, in fondo, una scelta, ma occhio gente: la vita viaggia a velocità impressionante e a noi umani scarsamente percepibile. Infatti, avviene sovente di trovarsi ad un certo punto della strada e accorgersi che... non ce ne eravamo resi conto.

Anche gli autogrill, sulle autostrade d'Italia, sono sempre più mediocri. Menomale che, almeno, i cessi sono puliti. Per il resto, tutti uguali, prezzi esorbitanti che, tuttavia, al confronto di quelli che troveremo in terra di Francia, sono quasi economici. Attraversare la Liguria è, oggi, una impresa suicida o quasi. A parte la Bretella Lucca-Viareggio, una presa in giro d'asfalto dove il pedaggio è sproporzionato alla qualità del servizio assolutamente scadente, appena superata La Spezia si scopre che non c'è una sola galleria che consenta di viaggiare se non a doppio senso di circolazione. Ossia, una galleria è sistematicamente chiusa fino a oltre Genova. Un cantiere permanente che, tuttavia, almeno all'andata, si riesce abbastanza bene a superare limitandosi a qualche imprecazione all'indirizzo di chi, invece di pensare al futuro di questa povera Italia, ci affoga e assilla con la stronzata del Covid-19 e delle sue ipotetiche seconde, terze e anche quarte ondate. Popolo di imbecilli noi che andiamo in giro con le mascherine anche se non servono a nulla. Domanda logica: ma se a 32 gradi centigradi si indossano le mascherine, a novembre e a dicembre cosa faremo? 

E' venerdì 24 luglio. Appena passata Sarzana sulla A12 viene giù un'acqua a sassate e all'orizzonte il cielo è nero come la pece. Segnale di cattivi presagi?

A Savona si ricomincia a vedere un po' il sole, ma è ad Arma di Taggia - toh, il paese natale del tennista Fabio Fognini - a due passi dal confine, che si rivede la luce. E dopo aver passato Ventimiglia ed essere entrati in territorio francese, bene, le nuvole sono scomparse e ci viene incontro, con un vento forte, il cielo azzurro che più azzurro non si può. Nessun controllo alla frontiera e niente mascherine per gli agenti che fanno presenza. Buon segno, ma è tutto diverso e proprio come ce lo ricordavamo. 

Arriviamo a Cannes in pieno pomeriggio, scendiamo verso la Croisette e ci accorgiamo e notiamo che non ci sono varchi telematici con cui le amministrazioni comunali, come Lucca, ma non solo, succhiano il sangue dei propri abitanti per pagarsi stipendi e fornire servizi ridicoli. All'ingresso dell'hotel obbligatoria la mascherina e non si transige. Anzi. Se la si indossa, come noi, sotto il naso, te lo fanno notare e sei costretto ad alzarla. L'anticamera del burqa, ma anche se in Francia sono più gli arabi dei locali, di burqa non ne abbiamo visti anche se di musulmani a iosa.

Sorpresa alla reception: ci assegnano una camera superior con terrazza al posto di quella de luxe prenotata. Sarà perché la prenotazione, a gennaio, ci è costata molto di più degli attuali prezzi post-Covid. 'Tacci loro. Doccia e via a vedere se anche in questo angolo di paradiso dove il sole e il cielo fanno a gara per conquistarsi il verde della natura, i turisti ci sono oppure sono rimasti a casa a pensare come affrontare le prossime ondate di Coronavirus. Gli alberghi sono tutti aperti. Questo è poco, ma sicuro.

C'è da domandarsi come sia possibile che un posto come questo, dove una bottiglia d'acqua minerale costa, al ristorante, tra i 7 e i 10 euro, dove si mangia con non meno di 80 euro in due e senza godere granché, venga invaso da migliaia di turisti che, a tutte le ore del giorno e della notte, affollano i locali del centro più o meno storico. Difficile trovare un posto a sedere e, comunque, tutto intorno è un brulichio di gente che la mascherina la deve aver persa per strada. Altro che divieto di assembramento e controlli della polizia. Qui tutti indossano le mascherine quando entrano in negozi, bar e ristoranti, ma, per il resto, fanno come vogliono, ossia se ne fottono. E non c'è anima viva che si sogni di fare multe.

Certo, qualcuno che indossa la mascherina anche durante il giorno e camminando c'è e del resto i danni prodotti dagli infettivologi sono stati enormi ovunque, ma qui la gente ne è meno condizionata. O, almeno, così ci sembra e non ci sbagliamo. Se in Italia si lamenta un crollo dei visitatori, da quello che vediamo qui non sembra proprio. Si, certo, ci si deterge le mani, ma, poi, chissenefrega. 

Sulla spiaggia se le sognano le nostre tende in Versilia e il nostro arenile, tanto è vero che sono sempre stati appiccicati come sardine pur spendendo cifre da capogiro. Quest'anno hanno utilizzato dei divisori tra un lettino e l'altro, almeno c'è un po' più, ma poca, di privacy. Qui in Francia la filosofia della spiaggia libera prevale e accanto a posti privati dove si paga anche 75 euro a testa al giorno, ci sono ampie porzioni di sabbia a disposizione di tutti. Altro che spocchiosità e vip, molto peggio al Forte dove se cerchi una spiaggia libera-libera ne devi fare di strada.

La sera e la notte sono uno spettacolo. A parte l'elevata concentrazione di auto di grossa cilindrata e altrettanto robusto prezzo, la gente scende in strada e si diverte. Il lungomare è frequentatissimo, c'è il trenino che in un'ora gira tutta la città e merita davvero, 12 euro a testa. Ci si fa un'idea per i giorni a venire e per cosa vedere.

Proibitivi i negozi sulla promenade principale, le griffe più importanti ci sono sempre e non mollano mai. Ma ciò che colpisce è la grande varietà di negozi che regna nelle strade parallele alla Croisette, brand alcuni dei quali a noi sconosciuti che dimostrano notevole vitalità commerciale. Anche qui mascherine obbligatorie.

A proposito, appena entrati sulla Croisette al volante della nostra utilitaria o quasi, fermi al semaforo ci sentiamo gridare al finestrino 'fuori gli italiani dalla Francia'. E' la prima volta, magari è uno scherzo, la voce è, forse, di un italo-francese, ma fa riflettere. Il Covid-19 e i bastardi senza gloria che ci hanno marciato su - virologi e infettivologi da strapazzo assurti a opinion makers da 2 mila euro a comparsa Tv - hanno dato l'impressione all'estero di una Italia paese degli untori e dei morti di fame. Entrambe valide visto che, virus a parte, siamo qui da mesi ad elemosinare come delle vecchie bagasce un po' di denaro dall'Ue. Il disprezzo che ci ritorna è percepibile, la Grecia è ad un passo.

Sotto il profilo enogastronomico non abbiamo niente da invidiare ai cugini d'Oltralpe. E' sulla efficienza ed efficacia dei servizi che lasciamo a desiderare. Qui le strade non sono campi da golf, non ci sono buche o anche voragini, c'è una pulizia incredibile con 'spazzini' od operatori ecologici che a tutte le ore circolano e puliscono. Si ha, netta, la sensazione che alle spalle ci sia qualcuno che si occupa di qualcun altro. Da noi, invece, le spalle bisogna guardarsele e non solo quelle perché, altrimenti, è una inchiappettatura costante.

I prezzi sono assurdi. Da noi si mangia e si gode con molto meno, ma qui, tuttavia, si gode di più. Come mai? I locali sono affollati sempre e ovunque, l'estate esiste e resiste, c'è ottimismo, non avvertiamo proteste o lamentele, ma vediamo entusiasmo e voglia di guardare avanti. Sbaglieremo noi, magari, ma sembra proprio così. I nostri politicanti sono stati bravi ad iniettarci la paura e stanno cercando di distruggere l'unica cosa che ci contraddistingue: la spontaneità con la voglia di vivere. Maledetti.

Nella città vecchia c'è il museo de la Castre sulla cima della collina del Suquet. Sei euro per entrare, ma la torre è chiusa. Varchiamo la soglia, ma restiamo delusi. Soldi buttati. Date retta, lasciate perdere. Almeno qualcosa non merita. Per il resto, merita tutto. Il mercato coperto è una esplosione di colori, le poissonerie servono ai tavoli ostriche e bollicine, escargots di mare, gamberi e granchi, astici, carpacci vari. E il prezzo vale la candela.  

Cerchiamo di comprendere perché qui la vita esplode mentre da noi sembra essersi spenta. E ci rispondiamo dicendo che la gente esce, siede ai tavoli, beve, degusta, discute, commenta. Non c'è coprifuoco e anche se abbiamo un francese scolastico, non c'è stata una sola persona, tra quelle con cui ci siamo fermati a parlare, che ci abbia sfasciato gli attributi con la storia del virus. Passato e, si spera, sepolto. Ora c'è l'estate e pensiamo a godercela. E' un formicaio tutte le sere. Bravi francesi, del resto la Bastiglia l'hanno presa loro, noi abbiamo aspettato un secolo per la breccia di Porta Pia e, in realtà, abbiamo lasciato tutto come prima.

Eppure c'è tanta Italia anche qui. Negozi, locali, ristoranti, gelaterie, tutto parla di noi, ma noi dove siamo? Siamo, davvero, quei poveri derelitti che Casalino e Conte (ci viene da vomitare) - aiutati da un Pd che sta facendo entrare nuovamente cani e porci provenienti dal millesimo mondo e, per di più, contagiati - fanno il possibile per farci credere? Che rabbia. Che Paese di merda siamo. 

Saliamo su per Cannes vecchia dove ci imbattiamo in location deliziose per ristoranti e affini. Azz... i francesi amano stare fuori la sera con quei loro dehors che ti trasmettono energia vitale. Ci fermiamo di fronte ad un ristorante che, ci auguriamo, sarà diverso dalla solita mangiatoia. E' la sera del nostro anniversaire dicono da queste parti, 59 primavere alle spalle, ma chissà quante, ancora, di fronte. Intanto, però, gustiamoci questa. 

Ci sediamo convinti che il menu ci lasci libera scelta come è ovunque, ma, al contrario, restiamo basiti: le Maschou è un locale fondato da francesi di origine italiana, milanesi, Viotti, nel 1963 e da allora serve sempre tre menu fissi che non cambiano mai. Guardiamo e ci domandiamo come faremo a buttar giù tutto, costo a parte che, a dirla tutta, non è proprio dei più digeribili. Tre antipasti - les entrées - niente primi come è solito a queste latitudini, un secondo e il dolce. Accettiamo e diamo il via alle danze. Luci soffuse, servizio e cura dei dettagli, locale al completo. C'è anche una bellissima rosa per le signore.  

Esordio con formaggio bianco fresco alle erbe e pane casareccio abbrustolito al forno a legna. Devastante e, infatti, ci lasciamo andare. Poco pane, per carità, si raccomanda anche Emanuel Viotti, 33 anni, proprietario e francese da quattro generazioni. Gli diamo ascolto e arriva un tagliere di legno con prosciutto dolce di Parma e, sotto, fettine di melone. Siamo ancora in grado di accogliere delizie, ma è la terza portata che ci stende: crudité con tre salse, un magnifico cesto di verdure fresche con salsa vinaigrette, una alla bagnacauda e una terza alle olive. Trovata geniale che i francesi utilizzano da sempre per riempire e non riempire. La bagnacauda è eccezionale e, infatti, scompare in un attimo. Dopodiché saremmo anche a posto, ma tocca al salmone au feu de bois con patate intere cotte al forno e pomodoro ripieno. Squartiamo il tubero e lo cospargiamo di formaggio fresco alle erbe: divino.

Finito qua? Macché. c'è il dolce e non si può saltare. Scegliamo un crème caramel e, poco dopo, vediamo piombarci sul tavolo una forma generosa con tanto di fuochi d'artificio sotto forma di un bastoncino luminoso che, acceso, emana luce e scintille. Hanno saputo, non da noi, del compleanno e la canzoncina è di rigore. Viene in mente che, nel pomeriggio, all'interno di un negozio dove sono stati acquistati dei sandali, la proprietaria ci ha rin graziato, dopo aver saputo che eravamo italiani, per essere venuti a Cannes a fare acquisti. Ci ha sorpreso. I francesi non sono particolarmente confidenziali, ma le sue parole ci sono apparse sincere. Nulla, evidentemente, è scontato. 

In camera, del resto, abbiamo trovato un plumcake buonissimo e non stucchevole che la direzione dell'albergo ci ha voluto regalare accompagnato da un breve messaggio di auguri. Basta il pensiero, è vero, ma in questo caso va bene anche il resto.

Arriva il momento della partenza. Il bilancio, almeno questo possiamo farlo, è positivo. Certo, le uscite sono state maggiori delle entrate - ovviamente - ma ci sono entrate che non hanno prezzo perché si misurano con le emozioni che regalano. Vero che quando si va al supermercato a fare la spesa le emozioni non pagano mai, ma vuoi mettere il loro valore quando la vita, già di per sé, è a volte così amara e bisognosa di un po' di zucchero?

E' arrivato il momento di partire e se partire è un po' come morire, tornare è sempre un po' come rivivere. Anche e, soprattutto, a distanza di anni. Sono le 10 del 27 luglio, lunedì, quando ci mettiamo al volante e ci dirigiamo verso la periferia cittadina. Siamo soddisfatti, valeva la pena. Varchiamo il confine e pregustiamo un buen ritiro tra le pareti di casa appena passate le 15 o giù di lì. Arriveremo, invece, alle 18 e tutto perché, da Savona in poi, è un calvario autostradale che colpisce non solo noi, ma decine di migliaia di automobilisti che vogliono raggiungere il sud dell'Italia e che, a causa di cantieri aperti per la messa in sicurezza delle gallerie, vedono trasformarsi il loro viaggio in un inferno dantesco. Pazzesco.

A Genova è chiusa la strada per Livorno e la deviazione conduce - ma sono pazzi! - ad Alessandria e, da lì, giù di nuovo fino a Genova e poi verso Livorno. La gente è inebetita. Si vedono auto con barche a rimorchio dirette verso la montagna invece che verso il mare. Noi siamo a pezzi. Veniamo assaliti da rabbia e vergogna. Questi pezzi di merda che ci governano ci annebbiano la vista col fantasma del Covid-19 invece di guardare a come hanno ridotto questo paese. Improvvisamente una sterzata di rabbia.

Usciamo a Masone sulla route per Alessandria mentre la coda è allucinante. Sembriamo tanti ebrei, ci si perdoni l'azzardato paragone, votati alle camere a gas. Nessuno esce, nessuno accenna a una protesta, tutti incolonnati senza dire nulla. Usciamo e rientriamo subito perché decisi a tornare a Genova e traversare a tutti i costi anche il centro storico piuttosto che... circumnavigare il Piemonte. Subito dopo l'ingresso vediamo un cartello che indica Milano e basta, ci prende lo scoramento. Allora nuovamente facciamo inversione e ci fermiamo al casello a chiedere in formazioni a un tecnico che, scopriremo, fa l'elettricista, ma ha un po' di sale in zucca.

Sta parlando con una turista tedesca anche lei uscita a Masone perché non ci capiva più niente e le sembrava di tornare verso casa lei che, invece, voleva andare al mare. Lui le spiega in inglese cosa deve fare, ma la donna, poveretta, è perplessa. L'organizzazione teutonica sbatte, qui, inveitabilmente, con l'approssimazione italica. Che schifo!

Tocca a noi. Gli diciamo cosa è accaduto, ma lo sapeva già. Così ci dice di rientrare e andare a Genova uscendo a Genova Aeroporto. Poi percorrere via Guido Rossa e seguire per la A12 Livorno. Gli facciamo notare che se rientriamo c'è la sola scritta per Milano e lui risponde che quegli idioti hanno sbagliato e il bivio per Milano e Genova è segnalato più avanti. Roba da piangere. Siamo in auto da ore e invece che verso sud, stiamo andando verso nord. Anche il tecnico si rende conto dell'assurdità, ma spiega che lui è soltanto un elettricista. 

Avevamo chiamato il 1518 per conoscere la viabilità, ma l'interlocutore non ha saputo fornirci spiegazioni assicurandoci, anzi, che a Genova non gli risultava chiusa alcuna uscita. Gli abbiamo fatto notare che, venendo da Savona, sulla A10, è ben visibile un enorme nastro rosso che sbarra l'uscita Genova-Livorno, ma lui niente, capiva una mazza. Ponte Morandi? Ma qui è tutto un ponte. 

Seguiamo il consiglio dell'elettricista e azzecchiamo la mossa. Era ora. Peccato, però, che proprio nella galleria che ci precede c'è appena stato un incidente in un doppio senso di circolazione - come volevasi dimostrare - e restiamo bloccati nel tunnel. Per oltre 25 minuti. Riprendiamo la via ma non passa galleria senza dover zigzagare per cambiare carreggiata. Messa in sicurezza delle gallerie? Ma perché soltanto in questo Paese accadono queste cose? Perché altrove tutto funziona? Colpa dei sindacati che non hanno voglia di far fare un cazzo? Colpa degli operai che ne hanno ancora meno? Colpa dei politici che si mettono in tasca 12 mila euro mensili e chissenefrega di tutto il resto? Colpa degli impiegati statali e della burocrazia che ci affama e li mantiene? Colpa di chi non  scende in strada cominciando a spaccare qualche testa, ma di quelle giuste che a Roma proliferano senza vergogna? Mai come oggi ci siamo sentiti solidali con quei giovani che abbandonano un Paese senza futuro, ma anche senza vergogna e privo di qualsiasi dignità.

Il virus è stato il colpo di grazia e questa classe digerente che sa solo mangiare e non sa dirigere. Chiedono l'elemosina a tutti, si fanno ridere in faccia e trattare da morti di fame senza colpo ferire e, poi, vengono a raccontarci di aver compiuto un'opera d'arte. Felloni e bugiardi, incompetenti e servitori di mille padroni. Danno soldi, più falsi che veri, senza capire che dovranno essere restituiti. Si indebitano fino al collo fornendo la corda già insaponata per farsi impiccare (magari). 

Ci compreranno a costo zero, ormai è certo. Il banchetto è avviato. In fondo, però, chissà che una Merkel elevata all'ennesima potenza non riesca a compiere il miracolo: far crescere questo popolo che non è mai cresciuto. 

Sono le 17.48. Arrivati a Lucca Ovest. Il servizio (sic!) Telepass di Autostrade per l'Italia, da un cartellone pubblicitario, invita ad abbonarsi per avere uno sconto immediato sui pedaggi. Ma vaffanculo! 


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