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Pietrasanta

Alfonso Cuarón a Pietrasanta presenta il suo nuovo film "Roma": “Il mondo ha bisogno di più realismo e meno fantasia”

giovedì, 6 dicembre 2018, 13:09

di chiara bernardini

La cultura vince ancora a Pietrasanta. Ieri sera nemmeno un posto libero al teatro Comunale per la programmazione di “Roma”. A presentare la sua nuova pellicola il Premio Oscar, nonché cittadino onorario della Piccola Atene Alfonso Cuarón.

Con il suo nuovo film ha già vinto il Leone d’oro al Festival di Venezia e dal 14 dicembre sarà disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix.

Un capolavoro che per due ore e un quarto cattura l’attenzione del pubblico facendolo rimanere incollato allo schermo. Con il nodo in gola e emozioni che mutano continuamente dopo i titoli di coda non poteva che esplodere un applauso catartico da parte degli spettatori.  Non è fare recensioni, ovviamente, -per quelle esistono illustri critici- ma è comunque opportuno riconoscere i meriti di tale pellicola.

Un’esperienza autobiografica quella del regista Premio Oscar che permette di conoscere a fondo la società messicana del ’68. Una società in cui si cerca di sopravvivere agli ostacoli che inaspettatamente il destino pone di fronte. Dove ricchezza e povertà fanno forza per trovare insieme il coraggio di andare avanti.

La scelta del bianco e nero, appositamente in digitale per mantenere più nitide le immagini, rappresenta proprio questo. L’esperienza. Ricordare il passato tenendo i piedi ben saldi al presente. La società messicana di allora, pur quanto ormai cambiata, è più viva che mai. Non solo nel quartiere di Roma, ma in tutto il mondo.

“La storia della protagonista, la memoria e il bianco e nero sono i tre pilastri che hanno permesso la riuscita del film” ha espresso chiaramente il regista al termine delle due ore, salito sul palcoscenico per un confronto con la platea.

“Non mi piace dare letture al film, preferisco che sia il pubblico a decifrare come meglio crede il simbolismo della pellicola” ha continuato Alfonso Cuarón. Ciò che dà animo a un qualsiasi spettacolo è l’interpretazione che chi osserva riesce a cogliere. Su questo punto è rimasto ben fermo il regista. L’intervallarsi di immagini forti e crude, mai fini a se stesse, hanno permesso agli spettatori un viaggio catartico verso la scoperta non solo del quartiere messicano. Un viaggio introspettivo che rimanda alla solitudine dell’esperienza umana. Una solitudine che ci accomuna e che paradossalmente ci fa creare legami che mai, forse ci saremmo immaginati. Tanto che “non esiste un senso logico dell’esistenza e l’unico modo per trovarne uno è la relazione con gli altri” confessa  con un pensiero che di primo impatto può sembrare pessimista, ma che in realtà racchiude molta speranza.

Esperienza, speranza e neorealismo. Sono i tre concetti su cui verte tutto il film. Una pellicola priva di effetti speciali, genuina. Lo dimostra la scelta di attori privi di fama, che sono riusciti al meglio a rappresentare fisicamente e spiritualmente ogni singolo personaggio.

Sviluppato in ordine cronologico, anche le riprese sono state create secondo tale criterio. La sceneggiatura in mano al regista è stata scoperta dagli attori man mano che il film prendeva forma. Un modus operandi che rimanda molto al procedimento operativo del maestro Federico Fellini, di cui Cuarón spesso e volentieri sottolinea l’ammirazione.

“Questo film è un matrimonio felice pensato per il cinema, la cui natura è la sala e quest’ultima rappresenta la comunità” ha concluso con questo pensiero il suo intervento, aggiungendo con un pizzico di ironia che “non tutti i matrimoni sono felici, è vero, ma che questo vuole esserlo.”


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