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Rubriche : sulla scena del crimine

Caso Martucci: una nuova Avetrana?

martedì, 26 febbraio 2019, 09:57

di anna vagli

Chi ha iniziato a leggermi dallo scorso anno sa che nella ricostruzione delle più controverse vicende giudiziarie di cui mi occupo, non sono solita soffermarmi sui fatti emersi (visibili e chiari) ma spesso vado a scavare nelle radici della notizia, della vicenda e in ciò che di poco chiaro la caratterizza. Questo è quello che teoricamente fa il giornalista investigativo (o aspirante tale). Con tutti i rischi del caso. Minacce ed intimidazioni pubbliche comprese. Sapete che anche di fronte a quelle non mi sono mai fermata.

Per questo ho scelto di raccontarvi la storia di Roberta Martucci. Una scomparsa controversa la sua, sulla quale l'ombra del mistero e dell'omertà regna ancora dopo 20 anni. Ma, per fortuna aggiungo io, ci sono persone che non si stancano mai di cercare la verità perché è solo quella che in ultima analisi ci rende liberi. 

Torniamo alla mattina del 24 agosto quando in Via Genova, a Gallipoli, viene ritrovata parcheggiata davanti ad un bar la macchina con la quale la sera del 20 agosto 1999 Roberta si era allontanata da casa. La testimonianza del proprietario dell'esercizio di fronte parla chiaro: la Fiat Uno non si trovava lì nei giorni precedenti. E allora chi l'ha portata lì? Che cosa ci racconta la Uno Bianca?

Focalizziamoci anzitutto su quelli che io chiamo "dettagli non trascurabili". Luogo del ritrovamento: Via Genova. Scelta non casuale e piuttosto interessante dal momento che sia Rory che Rita, le amiche di Roberta, abitano ad un centinaio di metri di distanza da luogo del ritrovamento. Errore maldestro o chiaro tentativo di depistaggio per far ricadere i sospetti sulle due amiche?

Rory e Rita in tutta questa storia hanno sicuramente tenuto un atteggiamento reticente: la Fusano al momento del ritrovamento del biglietto e Rita negando plurime volte lo scambio di telefonate intercorse con Roberta. Ad un'analisi poco attenta sembrerebbero quasi nascondere qualcosa.

Facciamo però nuovamente un passo indietro e torniamo all'epoca della scomparsa di Roberta. Anno 1999. Sono passati vent'anni. Vent'anni nei quali non solo la Martucci è stata inghiottita da un buco nero ma anche vent'anni in cui usi e costumi sono cambiati. Vi immaginate vent'anni fa dover ammettere di avere un orientamento sessuale alternativo? Perché questa è la verità. Sempre oggi, e negarlo vorrebbe dire essere anche un po' bigotti, parte della società storge il naso nei confronti di chi manifesta un'attrazione estetica, sessuale o romantica, potenzialmente diversa da quella comunemente riconosciuta. Questo è il motivo per il quale le amiche di Roberta hanno sempre sostenuto di avere con lei un'amicizia prettamente superficiale nonostante l'evidenza dei tabulati telefonici.

La sera della scomparsa la Martucci era in minigonna e tacchi alti non perché – come ipotizzato dagli inquirenti –  era finita in un giro di festini a base di alcool e droga ma perché aveva un appuntamento galante con la Fusano. Capite adesso il messaggio di Rory?"Roberta non fare scherzi, chiamami". Rory, come qualunque altra ragazza al suo posto, era preoccupata che Roberta avesse cambiato idea. Infondo, la Martucci si era appena lasciata dal fidanzato storico Enzo e vedere Rory come più di un'amica poteva risultare difficile da ammettere perfino a sé stessa. 

Ma torniamo alla Fiat Uno. L'auto viene ritrovata aperta, priva di chiavi e documenti. Al suo interno verranno esclusivamente rinvenuti alcuni bigliettini e un maglioncino. Posta sotto sequestro, non sono state rinvenute tracce di rilievo e le impronte digitali repertate si sono rivelate inutilizzabili perché strisciate. Chiaro indice di ripulitura.

Poiché nella realtà non esistono i delitti perfetti di netflixiana memoria ma semplicemente delitti impuniti, giungiamo dritti al momento del dissequestro. Trascorrono sei mesi e l'auto viene consegnata ad un parente molto vicino a Roberta, magicamente in possesso proprio delle chiavi e dei documenti vari ed eventuali (libretto di circolazione, assicurazione) che non erano stati rinvenuti nell'auto abbandonata.

Sentito a sommarie informazioni nel 2007, il soggetto in questione dichiarava che il libretto e le chiavi gli erano stati consegnate al momento del dissequestro. Lecito e normale diremmo noi. Certo, se non fosse che proprio dal verbale di sequestro della Fiat Uno veniva messa nero su bianco la mancanza proprio di chiavi e documenti. E allora come si spiega che questi ultimi si trovassero nelle mani di quel parente molto vicino alla ragazza? Talmente tanto vicino da indurre gli inquirenti a consegnargli l'auto al momento del dissequestro?

Sempre a sommarie informazioni, lo stesso familiare riferiva come la famiglia di Roberta fosse in possesso di un'altra copia delle chiavi della macchina. Circostanza categoricamente smentita sia dalla madre che dalle sorelle. A pesare ulteriormente in questo scenario sono stati i numerosi bigliettini e fax anonimi inviati direttamente alla Procura che sollecitavano a ricercare i responsabili della scomparsa di Roberta tra le amiche.

A questo punto qualcuno sicuramente si chiederà perché ancora si parli di cold case con riferimento a Roberta Martucci. Semplice.

A tutte queste conclusioni si è giunti solo sul finire del 2017 a seguito della terza riapertura del caso promossa su istanza delle criminologhe Roberta Bruzzone ed Isabel Martina. Archiviato più volte il procedimento per insufficienza di prove, le due dottoresse hanno depositato presso la Procura della Repubblica venti pagine in cui hanno messo nero su bianco il nome del principale sospettato.

La dottoressa Isabel Martina si batte oramai da anni sul territorio per far luce su tutta questa vicenda, con tutta la determinazione che la contraddistingue. Ed è proprio in occasione di uno degli incontri da questa organizzato che, rimanendo in clima carnevalesco (anche se poco qui c'è da scherzare), Arlecchino si è confessato burlando. Proprio al festival del giornalismo di due anni fa, in un incontro promosso in memoria di Roberta, è successo qualcosa di inimmaginabile. Mentre in sala si discuteva dei vari tentativi di depistaggio ed in particolare di un bigliettino in cui si leggeva "Ciao sono Roberta e voglio dirvi che sono viva", la persona in questione ha confessato ad alcuni parenti di averlo scritto lui 'per scherzo'. Forse quell'incontro era stato programmato dalla Martina per farlo cadere in trappola? Nel dubbio, MISSIONE COMPIUTA.

A rafforzare i sospetti nei suoi confronti sono anche le recenti dichiarazioni della sorella di Roberta, Sabrina Martucci, la quale incalzata dagli inquirenti avrebbe confessato di aver subito molestie da parte di un familiare...

 


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