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Rubriche : sulla scena del crimine

Delitto di Cogne: Anna Maria Franzoni è una donna libera. Caso chiuso

venerdì, 8 febbraio 2019, 15:12

di anna vagli

«Amiche. è fermo il mio disegno: i figli, prima ch'io possa, uccidere e lontano fuggir da questa terra e non concedere che per l'indugio mio muoiano i figli di più nemica mano. È ch'essi muoiano ferma necessità. Poiché bisogna, io che li generai li ucciderò». (Euripide, Medea).

Queste sono le parole che Medea utilizza per privare del bene della vita i suoi stessi figli, sangue del suo sangue. Il mito narrato da Euripide ha come protagonista Medea, figlia del re della Colchide Eete e sposa di Giasone, che uccide i propri figli in reazione alla notizia che il marito l'avrebbe ripudiata per sposare la figlia del re di Corinto. La protagonista del mito di Euripide uccide perché Giasone non abbia discendenza così come le moderne madri-Medea uccidono i figli per rivendicare la loro posizione in una relazione caotica e talvolta disfunzionale con il proprio "Giasone".

La realtà si lega a doppio filo con il mito. Anna Maria Franzoni era una donna sola, viveva in un paesino isolato e la sua vita era interamente dedicata alla cura dei figli.

Nel nostro ordinamento non è prevista una fattispecie che cristallizzi il figlicidio come una fattispecie delittuosa. Al contrario, l'art. 578 c.p. punisce l'infanticidio inteso come "procurata morte del neonato immediatamente dopo il parto o del feto durante il parto da parte della propria madre, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connessi al parto".

Il codice penale quindi inquadra soltanto una parte del fenomeno del figlicidio dal latino filius, "figlio", e cidum-cidere "uccidere".

In criminolgia, invece, Resnick distingue tre categorie: neonaticidio, che ci concretizza nell'immediatezza del parto; l'infanticidio, che ha per vittima un bambino di età inferiore ad un anno e il libericidio che concerne l'uccisione del figlio che ha superato l'anno di età.

Ma torniamo alla Franzoni.

Il 30 gennaio del 2002 è un giorno che è entrato nelle pagine di cronaca nera più inquietanti che la storia italiana ricordi. Una donna, una giovane madre, Anna Maria Franzoni uccide il figlio Samuele Lorenzi di 3 anni fracassandogli il cranio nella loro casa di Cogne, in provincia di Aosta. Le immagini degli schizzi di sangue sul pigiama, sugli zoccoli e la camera da letto dove si è consumato l'aberrante crimine sono state sbattute nelle prime pagine di tutti i giornali ed entrate dritte dentro le nostre case. La donna, sostenuta dalla famiglia e dal marito Stefano Lorenzi, si è sempre proclamata innocente non solo nelle competenti sedi giudiziarie ma anche nei più svariati salotti televisivi. «Mi aiuti a farne un altro?», aveva chiesto al marito il giorno stesso del delitto.

Alle 08:28 di quel maledetto 30 gennaio al 118 arriva la chiamata di una mamma disperata che annuncia che il figlioletto di tre anni non respira più e vomita sangue. Samuele viene inutilmente trasportato in ospedale e quello che sembrava inizialmente un aneurisma si rivela un delitto efferato.

I sospetti si concentrano fin da subito su Anna Maria ma la sua famiglia non l'abbandona mai. L'autopsia non lascia scampo: Samuele, 3 anni, è stato ucciso con numerosi colpi alla testa sferrati con un oggetto contundente (forse un mestolo di casa Franzoni – Lorenzi). La Franzoni viene iscritta 40 giorni dopo nel registro degli indagati ed il 14 marzo viene arrestata su ordine del Gip di Aosta con l'accusa di omicidio volontario. Il 30 marzo 2002 però il Tribunale del Riesame ordina la scarcerazione. Ma solo per poco. Il 10 giugno del 2002, accogliendo un ricorso della procura di Aosta, la Cassazione annulla l'ordinanza del Tribunale. Insomma, una lunga vicenda che ha visto anche la nascita di Gioele. Esattamente un anno dopo la morte di Samuele.

Sebbene la Franzoni abbia scelto il rito abbreviato, è stata travolta da un lungo processo non solo dentro ma anche fuori l'aula del tribunale. Come può una madre uccidere così brutalmente un figlio?

Il 19 luglio 2004 è stata condannata in primo grado dal giudice Eugenio Gramola a 30 anni di reclusione. Il 27 aprile 2007 la Corte d'Assise d'appello di Torino ha ridotto la pena a 16 anni per il riconoscimento delle attenuanti generiche. La sentenza d'appello è stata poi confermata il 21 maggio 2008 in Corte di Cassazione. Nel novembre dello stesso anno, una perizia psichiatrica insistentemente sollecitata dalla donna, confermava il rischio di reiterazione del reato negandole la possibilità di incontrare i figli fuori dal carcere. Poi la svolta: il 26 giugno 2014 – trascorsi appena sei anni di reclusione – Anna Maria Franzoni ottiene il beneficio della detenzione domiciliare. Pervero, già da tempo la donna godeva del beneficio del lavoro esterno1 oltre a numerosi permessi premio. Nel febbraio 2015, la Cassazione accoglieva il ricorso della Procura di Bologna contro la concessione della detenzione domiciliare ma il 28 aprile del 2015 il Tribunale di Sorveglianza decide di prorogarle quest'ultima che la donna ha scontato nella sua casa di Ripoli Santa Cristina.

Oggi, la mamma che nessuno ha perdonato, è una donna libera. Ha scontato la sua pena beneficiando della buona condotta e di tre anni di indulto.

 

1art. 21 O.P. Non è una misura alternativa alla detenzione ma un beneficio concesso dal direttore dell'Istituto penitenziario. Consiste nella possibilità di uscire dal carcere per svolgere un'attività lavorativa – anche autonoma – oppure per frequentare un corso di formazione professionale)

 


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