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Rubriche : sulla scena del crimine

Gli occhiali del giurista: profili di responsabilità di Antonio Ciontoli

martedì, 16 aprile 2019, 17:02

di anna vagli

"Il buon senso se ne stava nascosto per paura del senso comune", recitava Alessandro Manzoni nei 'Promessi Sposi'.

Marco Vannini è stato strappato alla vita a soli vent'anni, lasciato morire vittima dei suoi stessi lamenti, nella casa di chi doveva amarlo. Credo che nessuno dimenticherà le sue urla quella maledetta sera del 17 maggio 2015. Purtroppo però, nella logica processuale, il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto e, in questo caso, diritto e giustizia vanno su strade opposte.

Per questo voglio provare a fornirvi una visione diversa di quella dettata dal sentire comune. Inutile negarlo. Tutti ci siamo sentiti un po' Marina Conte, tutti abbiamo provato almeno per un istante ad immedesimarci nel dolore straziante di una madre impotente di fronte alla morte di un figlio. Un figlio che, nonostante tutto, poteva essere salvato.

Le sentenze, però, lo sappiamo non vengono ad un tratto, è il processo che a poco a poco si trasforma in sentenza. Per questo mi piace parlare degli occhiali del giurista, occhiali che evidenziano come la morale non entri nei tribunali, ma resti sapientemente custodita in ognuno di noi.

Figli di un sistema garantista che riconosce e attribuisce il diritto ad un giusto processo, non posso non provare a spiegarvi perché, dal punto di vista giuridico, la sentenza corretta è quella che ha qualificato la condotta di Antonio Ciontoli come colposa.

Un breve riepilogo delle circostanze salienti renderà evidente quanto appena affermato.

A ben vedere, dai dati raccolti nella fase istruttoria, è emerso che fu Antonio Ciontoli ad esplodere accidentalmente un colpo di pistola all'indirizzo di Marco Vannini e tale operato ha costituito proprio operazione dirimente per la morte di quest'ultimo. Il colpo di pistola ha attinto la vittima mentre si trovava in vasca da bagno, ragione per la quale il Ciontoli ha anzitutto violato la regola comportamentale secondo cui l'arma debba essere diligentemente custodita e con la sicura azionata ove non sia opportuno il suo utilizzo. Così ricostruito l'episodio, è emersa l'assenza degli altri imputati al momento dello sparo. Come già sottolineato, infatti, gli accertamenti del caso avevano rilevato la presenza di 12 particelle di residuo da sparo nelle narici di Antonio Ciontoli, una nella narice destra di Martina e zero nelle narici di Federico. Si ricorda che secondo le linee guida seguite dalla polizia mondiale sono sufficienti 3 particelle per attribuire ad un soggetto l'esplosione di un colpo d'arma da fuoco.

In dibattimento, i vari consulenti e periti sono stati altresì concordi nell'affermare il ruolo causale del ritardo nei soccorsi rispetto al decesso del Vannini. Com'è noto, infatti, un salvataggio attivato in maniera ordinaria avrebbe potuto evitare l'esito fatale con "elevata probabilità logica".

Chiaramente, in questa vicenda, l'accertamento della responsabilità è ancora più difficile, poiché i connotati del soggetto agente sono diversi da quelli che tipicamente caratterizzano la volontà dolosa di chi impugna la pistola con l'intento di uccidere.

La Corte d'Assise di Roma ha ritenuto in primo grado – appoggiando un superato orientamento giurisprudenziale – che Ciontoli Antonio, ritardando i soccorsi, abbia accettato il rischio della morte del Vannini pur di non incorrere in conseguenze disciplinari in ambito lavorativo. In realtà, tale sentenza è meritevole di censura anzitutto perché è emerso pacifico come la non visibilità dell'ogiva, la particolare tipologia della ferita nonché l'imprevedibilità della traiettoria, abbiano contribuito a rafforzare nel Ciontoli l'illusoria percezione della NON gravità del fatto.

Nel corso del dibattimento è stato inoltre ampliamente dimostrato che se l'imputato avesse anche solo avuto vagamente la contezza che il Vannini era in pericolo di vita avrebbe tenuto un comportamento diametralmente opposto. Infatti, se la ragione di celare ai sanitari il reale motivo della sofferenza del ragazzo era la protezione del suo posto di lavoro dalle conseguenze che sarebbero potute derivargli da un improprio uso dell'arma da fuoco, tale comportamento – dirimente per la morte di Marco – è stato causa del fallimento del proprio intento.

Appare infatti evidente come tali conseguenze negative si siano concretizzate ancor di più e in maniera tendenzialmente definitiva proprio a causa della morte del giovane.

In soldoni, se veramente Ciontoli avesse agito "costi quel che costi" in termini di conseguenze disciplinari, sicuramente avrebbe preferito un ferito ad un morto. Non trovate?

I dubbi che aleggiano intorno a questo caso sono tanti. Antonio Ciontoli si sarebbe comportato in egual modo se ad essere accidentalmente colpito da un colpo d'arma da fuoco fosse stato suo figlio? Come è possibile che un uomo che maneggia abitualmente armi non si sia reso conto che Marco avrebbe potuto perdere la vita. Infondo, il Ciontoli non era un medico e Marco Vannini era comunque stato attinto da un colpo di pistola.

Dubbi legittimi, dubbi che non verranno mai chiariti. Per questo motivo, si condivide in questa sede la ricostruzione operata in secondo grado in termini di colpa cosciente. Infatti, in caso di dubbio il giudice dovrà comunque applicare la soluzione più favorevole al reo, in virtù del favor rei...

(3 - Continua)

 


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