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Rubriche : sulla scena del crimine

L'omicidio di Marco Vannini, ricostruzione fattuale e relativi profili di responsabilità

martedì, 9 aprile 2019, 23:12

di anna vagli

Il 17 maggio 2015 in una villetta di Ladispoli si consumava uno dei più cruenti e dibattuti delitti degli ultimi anni, l'omicidio di Marco Vannini. Marco Vannini (nella foto), vent'anni, si trovava a casa della fidanzata Martina Ciontoli per passare la notte da lei.

Erano da poco passate le 23 quando il ragazzo decideva di concedersi un bagno nella vasca dei suoceri. Improvvisamente il capo famiglia Antonio Ciontoli ricordava di aver lasciato incustodite le sue pistole proprio nella scarpiera sita nel bagno dove si trovava il Vannini. Al suo ingresso, la figlia Martina abbandonava la stanza, mentre Marco – alla vista delle pistole – chiedeva al Ciontoli di mostrargli il funzionamento della Beretta calibro 9-380. Nell'erronea convinzione che fosse scarica, alle ore 23:15 Antonio scarrellava l'arma, inseriva il colpo in canna e premeva "per scherzo" il grilletto in direzione del Vannini, che veniva attinto sulla faccia esterna del terzo medio del braccio destro.

Nel porre in essere le condotte successive allo sparo – pur avendo constatato che a fronte del foro d'entrata mancava un foro d'uscita – il Ciontoli comunicava ai presenti nell'abitazione che il forte rumore da loro udito era dovuto ad un "colpo d'aria".

Marco veniva così portato nella stanza da letto e vestito con abiti comodi da Martina, mentre Federico – verso le indicazioni del padre – inseriva la sicura e collocava la pistola nel cassettone sotto il proprio letto.

Consequenzialmente – alle ore 23:41 –, lo stesso Federico chiedeva l'intervento di un'ambulanza perché "un ragazzo che si è sentito male di botto, è diventato troppo bianco, non respira più". Seguivano le domande dell'operatrice del 118 per chiarire le dinamiche dell'accaduto e Federico rispondeva "non glielo so spiegare bene [...] probabilmente uno scherzo, s'è spaventato tantissimo e non respira più".

Incalzato dall'operatrice medesima, continuava "non lo so io non c'ero in quel momento", passava così il telefono a Pezzillo Maria (moglie di Antonio e madre di Federico e Martina), che riagganciava poco dopo dietro comunicazione dei presenti circa la ripresa del ragazzo. 

La seconda chiamata al Servizio di Urgenza ed Emergenza partiva alle ore 00:06 del 18 maggio 2015 e veniva attivata da Ciontoli Antonio. In particolare, quest'ultimo avanzava richiesta di un'ambulanza perché un ragazzo "è caduto, si è bucato un pochino con un... come si chiama, il pettine quello a punta". Verso le reiterate richieste dell'operatrice circa le lesioni riportate da Vannini Marco, Ciontoli Antonio rispondeva "e niente, sul braccio si è bucato, si è messo paura, un panico".

Alle successive richieste circa la presenza di tagli o squarci, il Sig. Ciontoli rispondeva: "C'è un buchino [...] è andato in panico". In sottofondo si avvertivano le grida di un uomo, verosimilmente Vannini Marco, "basta", "ti prego...basta", "ti prego basta", e ancora "ti prego, scusa".

Venivano così attivati i soccorsi alle ore 00:08 del 18 maggio 2015 e l'autoambulanza arrivava sul posto alle ore 00:23 circa.

Giunta quest'ultima presso l'abitazione dei Ciontoli, l'infermiera Bianchi e il barelliere Calisti si rivolgevano a Ciontoli Martina che, alla domanda relativa agli accadimenti della serata, rispondeva: "Non lo so... io non so niente... non c'ero".

Il personale sanitario incontrava così nei pressi dell'abitazione Ciontoli Antonio e Ciontoli Federico e reiterava loro domanda in merito agli eventi occorsi. Rispondeva così Ciontoli Antonio: "Guardi c'è un ragazzo che è un po' svenuto... è stato preso da un attacco di panico, c'ha avuto una crisi d'ansia".

I sanitari entravano così all'interno dell'abitazione ove trovavano il Vannini Marco disteso a terra, supino con Pezzillo Maria che gli teneva le gambe alzate. L'infermiera procedeva all'accertamento delle condizioni in cui versava il Vannini, che risultava soporoso, cosciente, ma sonnolento. Alla domanda su come si sentisse, lo stesso rispondeva "mi fa male tutto... mi fa male tutto".

Per indagare ancora sull'effettiva dinamica, l'infermiera Bianchi chiedeva se il giovane avesse assunto sostanze stupefacenti. Nell'ottenere risposta negativa, Ciontoli Antonio proseguiva "Lui stava facendo la doccia nella vasca... scherzavamo sul calcio... è scivolato e si è ferito con un pettine a punta...". 

Continuando con le verifiche del caso, l'infermiera sollevava la maglietta di Marco Vannini ed identificava una piccola ferita, pulita e asciutta, come una "bruciatura di sigaretta", un "buchino". In accordo con il Calisti – ipotizzando una patologia di natura neurologica – decideva di trasportarlo al pronto intervento di zona. 

Alle ore 00:30, giunti al P.I.T di Ladispoli, Vannini Marco si trovava in stato comatoso, con agitazione psicomotoria e fase allucinativa. Nel chiarire al dottor Matera le dinamiche degli eventi, Ciontoli Antonio comunicava l'avvenuta esplosione del colpo di arma da fuoco e avanzava richiesta di tacere in ordine al concreto svolgimento dei fatti: "[...] era in bagno, pulivo l'arma, poi è partito un colpo d'arma da fuoco, sono un carabiniere, quindi, per il lavoro che faccio, chiedo se fosse possibile non segnalare questa cosa, per il lavoro ho paura".

Il medico di guardia attestava così alle ore 00:54 le reali cause del ferimento del Vannini e chiedeva l'intervento dell'elisoccorso per trasportarlo al Policlinico Gemelli. Il paziente, poco dopo il decollo (00:58), aveva un primo arresto cardiaco che induceva gli operatori ad un atterraggio di emergenza per eseguire le relative manovre di rianimazione. Dopo una breve ripresa e nel vano tentativo di trasportarlo al DEA di riferimento, il giovane veniva nuovamente colpito da un arresto cardiaco cui seguiva un'inefficace manovra di rianimazione cardiopolmonare. Marco Vannini soccombeva a ferita alle ore 03:10 del 18 maggio 2015. 

L'esame autoptico disposto dal Pm individuava la causa della morte in uno shock emorragico. Le risultanze medico legali evidenziavano infatti come il tramite intracardiaco non avesse danneggiato né le valvole atrioventricolari né il sistema di trasmissione elettrica degli impulsi cardiaci, ragione per la quale il cuore aveva continuato a battere a lungo. Consequenzialmente si era verificata la fuoriuscita di sangue dalle soluzioni di continuo dei tessuti polmonari e cardiaci che aveva appunto prodotto lo shock emorragico. 

Sulla scorta della perizia collegiale disposta per ovviare alle discrepanze risultanti dalle consulenze di accusa e difesa, i proff. Antonio Oliva (medico legale), Francesco Alessandrini (cardiochirurgo) e Andrea Arcangeli (anestesista-rianimatore), concludevano altresì che il ritardo nei soccorsi aveva avuto un ruolo causale diretto rispetto al decesso di Marco Vannini e che, al contempo, un soccorso attuato secondo modalità e tempi privi di ostacoli e ritardi, avrebbe potuto evitare l'evento morte con elevata probabilità logica. 

Gli accertamenti balistici disposti consentivano inoltre di stabilire che era stata la Beretta calibro 9-380 ad esplodere il colpo mortale mentre quelli relativi ai residui chimici da sparo fugavano ogni dubbio in merito al soggetto attivo: fu Antonio Ciontoli ad esplodere accidentalmente un colpo d'arma da fuoco che attinse il Vannini. Sulla base della analisi venivano rinvenute nelle narici del capofamiglia ben 12 particelle di residui da sparo. Secondo le linee guida seguite dalla polizia mondiale ne sono sufficienti tre per stabilire con certezza se un soggetto abbia o meno premuto il grilletto. Veniva così esclusa la presenza degli altri imputati al momento dello sparo, nonostante nella narice destra di Martina Ciontoli fosse stata rinvenuta una particella di residuo da sparo. È infatti stato dimostrato come si verifichi la diffusione della nube da sparo nel raggio di 5-6 metri in luogo circoscritto. Di conseguenza, chiunque sopraggiungesse nel luogo dello sparo in un secondo momento ne rimarrebbe contaminato. 

Infine, le indagini biologiche inducevano ad apprezzare la presenza di sangue appartenente a Marco Vannini su un accappatoio all'altezza dell'ascella destra, sui pantaloni di Antonio Ciontoli e sui pantaloni e la canottiera di Martina Ciontoli. Sulle armi non era invece stato riscontrato sufficiente materiale biologico per trarre significative conclusioni. 

Sulla scorta di una simile ricostruzione dei fatti, operata dagli organi inquirenti ed avvallata dalla Corte d'Assise in primo grado, Ciontoli A. sarebbe stato animato dal "prevalente intento di attenuare le prevedibili conseguenze dannose nel suo ambito lavorativo, decidendo di agire accada quel che accada pur di di perseguire il suo scopo" . Questo nonostante le condizioni del Vannini rendevano "possibile, prevedibile ed altamente probabile il verificarsi dell'evento letale." 

Muovendo da tali considerazioni e ammettendo come pacifica la dinamica colposa del ferimento, la Corte di Assise condannava in primo grado Ciontoli Antonio ad anni 14 di reclusione per omicidio volontario connotato da dolo eventuale e a mesi due di arresto "perché detenendo la pistola semiautomatica Beretta calibro 9-380, ometteva di assicurare la custodia dell'arma con ogni diligenza richiesta nell'interessa della sicurezza pubblica".

L'imputato non poteva non rappresentarsi – a detta del giudice di prime cure – le conseguenze fatali del suo gesto. In altri termini, il bilanciamento, prospettatosi nella sua mente, lo aveva fatto protendere per la tutela dei propri interessi piuttosto che per la salvezza del Vannini. 

Quanto agli altri coimputati, il giudice di prime cure ricostruiva il fatto come omicidio colposo per Ciontoli Federico, Ciontoli Martina e Pezzillo Maria e li condannava ad anni tre di reclusione.

Per quel che attiene la posizione dei soggetti anzidetti – pur non essendo stata sufficientemente dimostrata la loro consapevolezza sulla reale causa del ferimento del Vannini e sulle menzogne raccontate dal Sig. Ciontoli ai soccorritori – secondo il primo Giudice le condizioni del ragazzo rendevano evidente la necessità di procurargli soccorsi immediati. Al contrario, questi avevano omesso di verificare la causa concreta del malessere del Vannini, di attivare i soccorsi e di riferire agli intervenuti le dinamiche di cui erano a conoscenza.

Per tutti i condannati venivano riconosciute le attenuanti generiche e applicate le pene accessorie con conseguenti statuizioni civili. 

In ultimo, Giorgini Viola veniva assolta dal reato di omissione di soccorso contestatogli dalla pubblica accusa. Non è infatti emerso che la fidanzata di Ciontoli Federico fosse entrata in bagno, in contatto con il corpo del Vannini ovvero che fosse a conoscenza delle menzogne del Sig. Ciontoli. Alla luce di tali considerazioni, è evidente come la stessa non potesse percepire e valutare le reali condizioni in cui versava il giovane. 

Con sentenza datata 29 gennaio 2019, la Corte di Assise di Appello di Roma derubricava il reato di omicidio volontario con dolo eventuale in omicidio colposo con l'aggravante della colpa cosciente e condannava Ciontoli Antonio alla pena di anni 5 di reclusione. Confermava invece le statuizioni riguardanti gli altri coimputati....

(2 - Continua)

 

 

 

 

 

 

 


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