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Rubriche : sulla scena del crimine

Marco Vannini: la sentenza di secondo grado è quella corretta

domenica, 7 aprile 2019, 11:35

di anna vagli

Dopo queste settimane di silenzio, torno a scrivervi. Sono stati giorni intensi, nei quali ho approfonditamente studiato ogni sfaccettatura dell'omicidio di Marco Vannini. Mi addentrerò in ogni dettaglio del caso, cercando di mettervi un paio d'occhiali: quelli del giurista.

Imprescindibile però, prima di addentrarci è una premessa sul potere dei media e del giornalismo, quello fatto male. Sarà un viaggio tortuoso in cui cercherò di farvi capire il perché il giudice, tra diritto e giustizia, deve sempre scegliere il diritto. E in questo, caso – signori miei – diritto e giustizia vanno su strade opposte.

Negli ultimi anni la cronaca giudiziaria si è eretta a macro-genere giornalistico e ha dato vita ad una pericolosa fusione della giustizia con il mondo dell'informazione. Sono due settori, quello giornalistico e quello giuridico, con non pochi punti di contatto. Ciascuno di questi segue infatti precisi codici di comportamento professionali e ha come obiettivo l'accertamento di una qualsivoglia verità. Pur tuttavia, a divergere è il loro approccio nella ricerca di quest'ultima che può talvolta essere sostituita dalla verosimiglianza, i.e. da una percezione di verità a cui è possibile pervenire in base a un determinato contesto e in forza degli elementi di fatto e di diritto in quel momento a disposizione. In questo scenario, giornalismo e magistratura si intersecano tra loro condividendo da un lato l'interesse dello Stato per l'esercizio dell'azione penale; dall'altro l'interesse del giornalista ad informare e quello della collettività ad essere informata, ma anche l'interesse dell'indagato e dell'imputato a far valere la presunzione di non colpevolezza.

Si tratta di interessi condivisi che spesso entrano in contrasto nel processo mediatico: tutto si riduce al fattore tempo.

I tempi della giustizia sono noti per non essere celeri mentre le conclusioni a cui arrivano i media sono spesso lampanti. Il processo ordinario si articola in luoghi specifici, provvede in dibattimento alla raccolta e all'acquisizione delle prove nel rispetto del contraddittorio delle parti, termina con una sentenza e con un giudicato.

Il processo mediatico invece si celebra soprattutto nella fase dell'immediatezza del delitto, delle indagini preliminari, nel momento in cui l'attenzione della collettività rispetto ai fatti è maggiormente elevata. Nei Tribunali mediatici prevalgono logiche antitetiche al mondo giuridico, quali l'inquisizione e l'emotività, portatrici di sete di giustizia: la giustizia del popolo. In questo scenario prevale chi è maggiormente abile ad interagire con i media: il giornalista più scettico o anticonformista, l'indagato più mediatico, l'avvocato più irruento.

Non c'è poi da stupirsi se una tale tipologia di informazione si traduca in malagiustizia.

Nella loro attività i giornalisti spesso riportano alla ribalta mediatica esclusivamente una selezione di atti, episodi e testimonianze "vincenti" per la sensibilità e le idee condivise dall'opinione pubblica. In verità, il giornalista è chiamato da un lato a informare prontamente i lettori e dall'altro ad acquisire notizie fondate. Talvolta tuttavia l'attività informativa si sovrappone prepotentemente all'attività dei giudici, accendendo lo scontro tra garantisti e giustizialisti.

Le distorsioni del "processo ordinario" cagionate dal sistema mediale hanno come prima inevitabile conseguenza la violazione del diritto ad un giusto processo. Diritto, quest'ultimo, statuito dall' articolo 111 della Costituzione, dall'art. 10 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dall'art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.

I tribunali mediatici, allestiti nei talk show, si organizzano in parallelo ai corrispondenti nelle aule giudiziarie, tendono a sposare le aspettative del "popolo" attribuendo scarsa rilevanza agli atti processuali e spesso dimenticando di considerare il diritto e le sue implicazioni. Il processo mediatico predilige tesi di matrice colpevolista, si basa sulla ricerca dei responsabili a tutti i costi e fa venire meno quella presunzione di innocenza che si pone a fondamento di un qualsivoglia Stato di diritto.

Corollario di quanto esposto è la crescita delle campagne colpevoliste capaci di distruggere l'immagine degli indagati (la cui responsabilità deve essere accertata nelle sedi opportune) e soprattutto di screditare le tesi della difesa.

I condizionamenti esercitati dal sistema mediale possono talvolta intaccare anche il principio di terzietà del giudice. Giudice che essendo per definizione imparziale potrebbe divenire bersaglio di proteste, critiche o di vere e proprie campagne denigratorie laddove vada ad emettere provvedimenti ritenuti dall'opinione pubblica troppo "favorevoli" per gli imputati.

Non solo. I mass media possono con il loro potere divulgativo influenzare perfino i testimoni che, chiamati a deporre dopo anni dai fatti occorsi, possono essere suggestionati da quanto sentito in televisione o letto sui giornali. In ultimo, un effetto distorsivo può prodursi anche per quel che attiene le intercettazioni ambientali e telefoniche. Paradossalmente possono esservi intercettazioni non ritenute rilevanti da giudici e pubblici ministeri che invece divengono i principali mezzi per sostenere mediaticamente la colpevolezza di un dato soggetto.

In definitiva, non esiste un "giusto processo mediatico" perché nella maggior parte dei casi viene condotto sulla base del sentire comune e non tiene conto delle garanzie di uno Stato che pretende di definirsi democratico.

(1 - Continua)

 

 

 


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