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Tra diritto e giustizia il giudice deve scegliere sempre il primo

domenica, 28 aprile 2019, 20:36

di anna vagli

È di qualche giorno fa la notizia che il pubblico ministero presso la Corte d'Assise di Appello di Roma ha depositato il ricorso in Cassazione chiedendo per tutta la famiglia Ciontoli la condanna ad omicidio volontario connotato da dolo eventuale. La difesa, da parte sua, ha fatto ricorso presso la Suprema Corte per chiedere l'assoluzione di Martina e Federico Ciontoli e per Maria Pezzillo.

Affrontando la questione con gli occhiali del giurista, sulla base delle risultanze processuali, ci sono elevatissime probabilità che gli ermellini confermino la sentenza di appello. Noi non sapremo mai quale sia la verità storica, sicuramente quella processuale è stata esaustivamente cristallizzata in secondo grado. Le urla del Vannini, le sue elevate possibilità di sopravvivenza in caso di attivazione opportuna dei soccorsi, il mendacio di tutta la famiglia Ciontoli sono dati aberranti e sicuramente riprovevoli. Ma il nostro sistema è un sistema garantista, che impone al giudice, in caso di dubbio, di applicare la pena più favorevole all'imputato. La ricostruzione della verità processuale si è in questo caso battuta esclusivamente sul piano giuridico, prendendo le mosse dal principio di diritto enucleato a Sezioni Unite dalla Cassazione nella Sentenza Thyssen-Krupp, che ha risolto l'annosa questione del discrimine tra dolo eventuale e colpa cosciente. Il nomos, la legge. Marco Vannini, ucciso a soli vent'anni da un colpo di pistola esploso dal padre della sua fidanzata. 

Al termine del nostro percorso, lo avevo promesso, resta da esaminare la posizione dei figli dei Ciontoli, di Maria Pezzillo e di Viola Giorgini, all'epoca dei fatti fidanzata di Federico e assolta con la formula "perché il fatto non costituisce reato".

In merito alle relative posizioni, le concordi dichiarazioni degli imputati in ordine al soggetto che ha impugnato colposamente la pistola, hanno trovato conferma in sede di analisi tecnico-quantitative.

Più nel dettaglio, le risultanze di cui sopra hanno mostrato come solo nelle narici di Antonio siano state ritrovate complessivamente 12 particelle di residui da sparo, quantità nettamente superiore rispetto a quella richiesta dalle linee guida internazionali. A tal riguardo, si ribadisce come ne siano sufficienti tre per dimostrare con certezza la presenza di un soggetto sul luogo dello sparo. Una particella era stata invece rinvenuta nella narice destra di Martina Ciontoli.

Lecito a questo punto chiedersi cosa sia stato rinvenuto nelle narici di Maria e Viola. Quello che sto per dirvi non vi piacerà. A Viola e Maria i tamponi non sono stati effettuati perché i RIS avevano quella sera a disposizione soltanto tre tamponi e hanno quindi dovuto fare una cernita...

Quanto all'unica particella rinvenuta nella narice destra di Martina, gli accertamenti peritali hanno esaustivamente dimostrato come una nube da sparo si diffonda in un raggio di 5-6 metri in un luogo chiuso e si depositi in circa mezz'ora. È quindi evidente come anche chi sopraggiunga in un secondo momento nel luogo in cui è stato esploso il colpo ne rimarrebbe contaminato. Tale ricostruzione quindi giustifica ampliamente il rinvenimento dell'unica particella nella narice destra della Ciontoli.

Una simile impostazione rende condivisibile quanto sostenuto dalla ragazza in sede di sommarie informazioni. Questa dichiarava infatti di essere uscita dal bagno al momento dell'entrata del padre e di non aver avuto contezza delle pistole ivi riposte in precedenza. Aggiungeva altresì di essere accorsa in loco dopo aver avvertito un forte rumore, senza però rendersi conto dell'accaduto nonostante la vista di una pistola sul pavimento. Riferiva ancora che il padre aveva comunicato a lei e al sopraggiunto Federico che stava scherzando con il Vannini ed era partito un "colpo d'aria".

Non solo. C'è chi sostiene che la fidanzata del Vannini fosse presente in bagno al momento dell'esplosione del colpo di pistola in forza delle intercettazioni ambientali effettuate nella Caserma di Civitavecchia. Qui di seguito un estratto.

"Io ho visto lui quando papà gli ha puntato la pistola e gli ha detto la vedi la... Ti sparo. E papà gli ha detto "è uno scherzo" e lui ha detto "non si scherza così". Ed è diventato pallido. Non ci posso pensa'. Qua sotto (indicando l'ascella sinistra) aveva il proiettile".

"Perché lui (il padre) ripensa alla scena con lui che diceva "leva un po' sta... perché Marco gli faceva "leva un po' sta pistola puntata".

A tal riguardo, infatti, assegnare valore qualificante alle frasi sconnesse pronunciate da Ciontoli Martina, significherebbe non contemplare la concitazione e il profondo turbamento emotivo di quei momenti. Risulta infatti evidente come la ragazza piuttosto riviva nei racconti del padre la dinamica degli accadimenti. Le conversazioni di cui si discute risalgono infatti al pomeriggio del 18 maggio 2015 (tra le 16:30 e le 20:30) e quindi in un momento storico in cui la ragazza aveva sicuramente avuto modo di conversare col padre in ordine alla morte del Vannini.

Quanto a Federico, dai più volte menzionati accertamenti sui residui da sparo, nessuna particella è stata rinvenuta nelle narici del figlio di Antonio. Si tratta di un dato importante perché anche in questo caso ci consente di escludere la presenza del ragazzo al momento dell'esplosione del colpo d'arma da fuoco.

Ciò avvalora quanto da lui sostenuto in sede di sommarie informazioni. Federico aveva infatti raccontato di aver udito un forte rumore mentre si trovava già a letto. Consequenzialmente si era recato in bagno, ove aveva trovato la sorella Martina, Marco Vannini e il padre Antonio. Proprio quest'ultimo gli riferiva che il forte rumore percepito era riconducibile ad un colpo d'aria e lo invitava a portare l'arma al piano terra dopo aver inserito la sicura. Federico riponeva così la Beretta cal. 9 e la Beretta cal. 7,65 (altra pistola legalmente detenuta dal padre) nel cassettone sottostante al proprio letto.

Maria Pezzillo e Giorgini Viola, dal canto loro, in sede di sommarie informazioni avevano entrambe riferito di aver udito un forte rumore. La Giorgini, già a letto, raggiungeva il bagno poco dopo Federico. La Pezzillo, avvertito il fragore, lì si dirigeva e, Antonio, verso sua richiesta di chiarimenti, aveva risposto: "è partito un colpo d'aria... è da tanto che non uso la pistola ed è rimasta una bolla d'aria...".

In primo e secondo grado, i soggetti della cui responsabilità si discute, erano stari ritenuti responsabili a titolo di omicidio colposo e condannati alla pena di anni tre di reclusione, eccetto la Giorgini assolta in primo grado e in appello perché "il fatto non costituisce reato".

Anzitutto occorre precisare che non è stata stabilita con certezza la conoscenza degli imputati in ordine a quanto avvenuto. Esclusa la loro presenza al momento dello sparo, si fondarono inizialmente sui racconti di Antonio Ciontoli e quindi acquisirono il dato incontestabile dell'esplosione di un colpo d'aria.

Pur tuttavia, un colpo di pistola era stato esploso, i presenti avevano visto l'arma sul pavimento e Ciontoli Federico aveva addirittura avuto cura di riporla nel cassettone sottostante al proprio letto. Quest'ultimo aveva altresì individuato il bossolo e riferitone il ritrovamento agli altri imputati. In aggiunta, le condizioni del ferito "Marco era bianco, molto pallido, respirava male" dovevano apparire preoccupanti e rendevano imprescindibile l'assicurazione di immediati soccorsi.

Ciò posto, in ragione dell'incertezza sul momento dell'effettiva conoscenza circa le reali condizioni del Vannini, le circostanze appena descritte configuravano tuttavia in capo a Ciontoli Federico, Ciontoli Martina e Pezzillo Maria un preciso obbligo di garanzia diretto ad assicurare al Vannini adeguati soccorsi nel minor tempo possibile.

D'altra parte, non può nascondersi come si trattasse di soggetti maggiorenni, con livello culturale medio-alto, affettivamente legati al giovane e quindi capaci di autodeterminarsi nel chiamare i soccorsi nonostante le menzogne riferite loro da Antonio Ciontoli.

Quanto a Viola Giorgini, la ragazza era già stata assolta in primo grado nonostante la pubblica accusa le avesse contestato il reato di omissione di soccorso. Da Viola, anche se a conoscenza della condizione di pericolo, non si poteva esigere un comportamento diverso da quello tenuto, in ragione sia delle rassicurazioni del fidanzato sia del capofamiglia. Nel corso del dibattimento non è infatti emerso che Viola fosse entrata in bagno, in contatto col corpo del Vannini o che fosse a conoscenza delle menzogne di Antonio Ciontoli.

Nonostante le richieste di pene più severe da parte del Procuratore Generale presso la Corte d'Assise di Appello di Roma, ritengo che la Cassazione si orienterà nel senso di confermare la sentenza di secondo grado. Siamo tutti Mamma Marina, sappiamo tutti che probabilmente la verità non è quella ricostruita nel processo, ma il giudice – devo ribadirlo – tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto....


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