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Rubriche : sulla scena del crimine

Tra coperture ed insabbiamenti: la morte di Stefano Cucchi

lunedì, 3 giugno 2019, 15:52

di anna vagli

#POSSIAMOAIUTARVI è l'hashtag scelto quest'anno dall'Arma dei Carabinieri per festeggiare il 2019 e per celebrare il duecentocinquesimo anno al servizio della tutela dei cittadini, dell'ambiente e della pubblica sicurezza. "A papà, me pari un marziano". È il commento esilarante che Alberto Sordi, alias Otello Celletti, protagonista di uno dei suoi film, riceve dal figlio quando lo vede indossare la divisa d'ordinanza.

Ma cosa si cela dietro chi indossa una divisa? Cosa accade nella testa quando se ne indossa una? E come cambia il modo di relazionarsi con gli altri?

La nuova vicenda giudiziaria (ed umana) che ho deciso di trattare ha per oggetto la morte di Stefano Cucchi.

Non solo. Ho scelto di affrontare l'inchiesta dando la parola all'appuntato scelto Riccardo Casamassima che si è prestato ad una lunga intervista che avrete modo di apprezzare nei miei prossimi articoli. Casamassima, all'epoca in servizio presso la stazione Tor Sapienza, ha raccontato che la notte dell'arresto il comandante dell'epoca Roberto Mandolini disse: «È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato».

Ma prima di dargli la parola, ripercorriamo tutte le tappe di una delle vicende più drammatiche della storia dell'Arma dei Carabinieri.

La storia di Stefano Cucchi iniziava nella notte del 15 ottobre del 2009 e racconta la sofferenza e l'agonia di un ragazzo di trentuno anni, che in via Lemonia a Roma, nei pressi del Parco degli Acquedotti, veniva fermato dai carabinieri. Arrestato quella stessa notte in conseguenza del ritrovamento di ventotto grammi di hashish e di qualche grammo di cocaina, veniva accompagnato a casa dai carabinieri. Dopo aver perquisito senza esito la sua stanza, Stefano veniva rinchiuso in una cella di sicurezza della caserma Appio Claudio in attesa di essere processato per direttissima. Secondo i Pm dell'inchiesta bis, fu proprio in quelle ore tra il 15 e 16 ottobre 2009 che si sarebbero verificate le percosse che hanno condotto alla morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre dello stesso anno.

Ma andiamo per ordine. La mattina del 16 ottobre, cioè quella successiva al fermo, durante lo svolgimento del processo per direttissima, Stefano aveva difficoltà a camminare e mostrava evidenti ematomi agli occhi certamente non presenti la sera prima. Il giudice, senza tener conto delle condizioni del ragazzo, convalidava l'arresto e fissava una nuova udienza. Nelle more del procedimento, veniva così rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Ma la mattina successiva, tenute conto delle sue condizioni, Stefano veniva trasportato all'Ospedale Fatebenefratelli: il referto non lasciava scampo. Presentava lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella ed una emorragia alla vescica. Il Cucchi si rifiutava di essere ricoverato e quindi veniva nuovamente accompagnato in carcere. Morirà il 22 ottobre all'ospedale Pertini.

Solo in quel momento, dopo numerosi tentativi, i familiari ottenevano l'autorizzazione per vederlo.

Pochi giorni dopo il decesso, la sorella Ilaria – in risposta alla campagna che dipingeva Stefano come un tossico privo di qualsivoglia credibilità – diffondeva le foto shock del cadavere del ragazzo all'obitorio. Stefano pesava 37 chili al momento del decesso (sei chili meno rispetto al momento dell'arresto), mostrava una maschera violacea intorno agli occhi (uno dei quali schiacciato all'orbita), un ematoma bluastro sulla palpebra e la mandibola schiacciata.

Il 25 gennaio 2011 venivano rinviate a giudizio 12 persone: sei medici e tre infermieri dell'ospedale Pertini, nonché tre guardie carcerarie, chiamate in causa dai carabinieri che effettuarono l'arresto ma poi risultate innocenti. Ma il 5 giugno di due anni dopo, la terza Corte d'Assise di Roma condannava in primo grado a un anno e quattro mesi di reclusione quattro medici dell'ospedale Sandro Pertini nonché il primario ad anni due di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa) ed un altro medico a mesi otto per il reato di falso ideologico. Venivano invece assolti i sei infermieri e le guardie penitenziarie per non aver aver contribuito in alcun modo a cagionare la morte di Stefano Cucchi.

Arriva il 31 ottobre 2014 e con esso la sentenza di secondo grado: è assoluzione per tutti, anche per i medici. A quel punto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, non ci sta ed esprime pubblicamente la volontà di richiedere nuove indagini al procuratore Pignatone.

Tre mesi dopo, con il deposito delle motivazioni della sentenza di appello, viene disposta la trasmissione degli atti al pubblico ministero per nuove indagine in ordine al pestaggio del Cucchi. Ed è in quel momento che la procura apre un'inchiesta bis, grazie al teste chiave Riccardo Casamassima. Ed è proprio grazie ai racconti dell'appuntato scelto che Stefano avrà giustizia.

Intanto, il 15 dicembre del 2015, la Cassazione annullava l'assoluzione dei cinque medici dell'ospedale Pertini, e disponeva lo svolgimento nei loro confronti di un appello bis per omicidio colposo. Al contrario, venivano assolti in via definitiva i tre agenti della penitenziaria, gli infermieri ed il medico che per primo visitò Stefano. Nelle motivazioni gli ermellini hanno puntualmente sottolineato, annullando l'assoluzione dei primi, «non sono state fornite spiegazioni esaustive e convincenti del decesso di Stefano Cucchi». I cinque medici, dice la Cassazione, avevano una posizione di garanzia a tutela della salute di Cucchi e quindi avrebbero dovuto diagnosticare con precisione la sua patologia, anche di fronte ad una «situazione complessa che può giustificare l'inerzia del sanitario o del suo errore diagnostico».

Ma il 18 luglio 2016 la terza Corte d'Assise d'appello conferma l'assoluzione dei cinque medici dell'ospedale Pertini di Roma..

Parallelamente alla pronuncia della sentenza della Suprema Corte, la Procura di Roma – ordine all'inchiesta bis – iscriveva cinque carabinieri nel registro degli indagati.

(1 - Continua)


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