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Rubriche : sulla scena del crimine

29 anni fa, Simonetta Cesaroni. Un delitto ancora senza colpevole

mercoledì, 7 agosto 2019, 17:18

di anna vagli

Il giallo di Via Poma rappresenta uno dei più famosi "cold case" del nostro Paese.

Ed oggi, nel ventinovesimo anniversario di quell'atroce omicidio, mi è parso doveroso ricordare la storia di una ragazza strappata alla vita troppo presto, quando era solo poco più che ventenne.

Siamo a Roma, è mercoledì 7 agosto 1990 e lei si chiama Simonetta Cesaroni. Simonetta ha 21 anni e lavora da qualche mese come segretaria in un palazzo della Roma bene, quartiere Prati, in via Poma al civico 2. Di quel pomeriggio che precedeva le ferie sappiamo che Simonetta varca la soglia dell'ufficio dell'Aiag, Associazione italiana alberghi per la gioventù, che gli uffici sono chiusi al pubblico e che Simonetta avrebbe dovuto sistemare alcune pratiche prima dello stop estivo. La ragazza però non è sola in quell'appartamento. Qualcuno che Simonetta conosce e di cui si fida raggiunge il suo posto di lavoro. Dopo una colluttazione ed un vano tentativo di fuga, la Cesaroni verrà ritrovata cadavere nella stanza opposta all'ufficio in cui lavorava. L'omicidio si è consumato tra le 18 e le 19 di quel maledetto 7 agosto. Simonetta è stata tramortita con ventinove colpi inferti con un'arma da punta e taglio (verosimilmente un taglia carte). Sei colpi al viso, sul sopracciglio e ad entrambi gli occhi. Il suo assassino però non si placa, infierisce con altre coltellate in tutto il corpo e colpisce con particolare veemenza il seno e l'addome. Quattordici ferite sono state riscontrate solo nella zona pubico-genitale.

Il suo corpo è stato ritrovato supino, con il reggiseno abbassato sui capezzoli e con il corpetto appoggiato sul ventre. Nell'angolo della stanza, divenuta una vera e propria scena del crimine, si trovano allineate le scarpe slacciate di Simonetta. La porta dell'ufficio è chiusa a chiave, il locale perfettamente ripulito, alcuni indumenti (come i fuseaux, giacca, slip) e oggetti intimi della vittima non sono mai stati più trovati.  Diverse tracce ematiche sono state rinvenute sulla porta dell'ufficio e del telefono. Neppure le chiavi con le quali Simonetta ha aperto la porta dell'ufficio sono mai state rinvenute.

Quella sera i familiari, non vedendola rientrare e aspettando la solita chiamata prima di uscire, vanno a cercare Simonetta. Contattato Salvatore Volponi, datore di lavoro della figlia, si recano con lui ed il figlio nello stabile di Via Poma. Ormai siamo in tarda serata e ad aprire le porte della stanza in cui Simonetta era riversa a terra, fu Giuseppa de Luca, moglie del portiere Pietro Vanacore.

Tanti i nomi che hanno scritto parte di questa storia. Il primo ad essere indagato è stato proprio Pietrino Vanacore. Il vecchio portiere era privo di alibi e sui suoi pantaloni furono trovate sospette macchie ematiche. La sua posizione però verrà ben presto chiarita perché l'imbrattamento è stato a lui esclusivamente riconducibile. Il Vanacore morirà però suicida il 9 marzo del 2010. Pochi giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare al processo a carico di Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni. Forse Vanacore si portava sulla coscienza un peso non più tollerabile? Forse Pietrino sapeva chi era l'assassino di Simonetta ma, ancora dopo vent'anni, non avrebbe potuto rivelarlo? Questo è uno dei tanti misteri che il vecchio portiere si è portato nella tomba.

Ma adesso esaminiamo la posizione di Raniero Busco. L'uomo non aveva un alibi per la sera dell'omicidio e tra i due fidanzati tirava aria di crisi negli ultimi tempi. Così, nel 2011, si pensa di condannarlo a 24 anni di carcere. Ma, l'appello prima e la Cassazione poi, lo assolveranno definitivamente. Le prove inizialmente considerate "regine" furono il morso rinvenuto sul seno di Simonetta ed il relativo DNA sul reggiseno. Tuttavia, non è scientificamente dimostrabile se il materiale genetico del Busco sia stato depositato sugli effetti intimi della Cesaroni il giorno stesso dell'omicidio. I due fidanzati avevano infatti consumato tre giorni prima un rapporto sessuale. In aggiunta, a depositare per l'innocenza di Raniero, ci sarebbe il DNA rinvenuto sulla porta dell'ufficio degli orrori. Questo infatti sarebbe riconducibile a tre soggetti maschili ma non a Busco. Di qui la sua assoluzione.

Dopo 29 anni da quel tragico giorno le speranze di dare un nome e un volto all'assassino di Simonetta sembrano ormai dissolversi. E allora non si può far altro che ricordare. Ricordare una giovane donna privata troppo presto delle gioie della vita. Quanto all'assassino, invece, che ancora si aggira impunito per le nostre strade, auguro di dover fare i conti con il tribunale che tutti possediamo: quello della coscienza.


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