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Rubriche : sulla scena del crimine

Omicidio Serena Mollicone: dopo 18 anni la svolta

martedì, 6 agosto 2019, 08:56

di anna vagli

Che cosa successe realmente nella caserma dei Carabinieri di Arce (Frosinone) il primo giugno del 2001?

In quella tarda mattinata estiva, Serena Mollicone – appena diciottenne – si recava presso la caserma cittadina per denunciare Marco Mottola, figlio del comandante Franco, per traffico di stupefacenti. Quel giorno Serena era uscita presto di casa, doveva sottoporsi ad una visita odontoiatrica e acquistare il pane nella vicina stazione di Isola dei Liri. Di lei si perdono le tracce dopo le undici di quella mattina, quando è stata avvistata nella piazza principale di Arce. Avrebbe dovuto fare rientro in casa per le 14, per studiare in vista dell'esame di maturità ormai alle porte. E invece la storia scritta è completamente diversa. Il suo cadavere è stato rinvenuto alle ore 7.30 di due giorni dopo, il 3 giugno 2001, 36 ore dopo la sua scomparsa e tra i cespugli di un bosco in località Fonte Cupa. La sua morte ha sollevato fin dal primo momento molteplici sospetti. A chi poteva dare fastidio Serena? Infondo era una studentessa modello del liceo pedagogico di Sora, suonava il clarinetto nella banda di paese e si prendeva cura del padre Guglielmo dopo la morte della madre. Quello stesso padre che il giorno del funerale della figlia, il 9 giugno 2001, era stato prelevato dalla cerimonia di fronte alle telecamere delle televisioni nazionali. I carabinieri di Arce avevano voluto trattenerlo in caserma soltanto per alcune firme. Delle ultime ore di vita della ragazza sappiamo che è stata massacrata di botte, soffocata con un sacchetto di plastica e poi nascosta nel bosco. Il primo a dare l'allarme è stato il fidanzato dell'epoca di Serena, inducendo così Guglielmo Mollicone a presentare la denuncia di scomparsa la sera del 1 giugno 2001.

Ma facciamo un passo indietro. Il giorno prima del ritrovamento del cadavere aveva diluviato ad Arce ma, nonostante le intemperie, gli abiti che la ragazza indossava, pantalone scuro e camicia a fiori, erano completamente asciutti. Forse Fonte Cupa non è stato il luogo del massacro? Forse il corpo della ragazza è stato gettato lì per occultare la scena del crimine primaria? Oramai non vi sono più dubbi in proposito. Serena Mollicone è stata percossa in uno degli appartamenti all'interno della caserma di Arce. Una perizia effettuata dall'istituto Labanof di Milano sul corpo della Mollicone (riesumato nel 2016), ha infatti confermato che la ferita alla testa della ragazza sarebbe compatibile con i segni presenti su di una porta sequestrata nell'alloggio del comandante Franco Mottola. Dopo la riapertura del caso e il termine delle indagini preliminari, questo elemento potrebbe spedire direttamente a processo l'intera famiglia Mottola. I capi di imputazione sarebbero davvero pesanti: concorso in omicidio aggravato e occultamento di cadavere.

Nella drammaticità di tutta questa vicenda, emerge evidente la personalità di Serena. È anche di questo che voglio parlarvi, per non ridurre la sua morte all'ennesimo scandalo in caserma. I responsabili non devono certo farla franca ma neppure devono rubare la scena ad una come lei. Serena era una ragazza tenace, che credeva nel valore della giustizia e sperava in un mondo migliore. Stanca di veder morire giorno dopo giorno i suoi coetanei per l'assunzione di stupefacenti, quel primo giugno del 2001 si era recata senza timori per denunciare proprio Marco Mottola, figlio del comandante e con il quale aveva avuto un flirt, interrotto proprio per il coinvolgimento del ragazzo in un giro di spaccio.

Dopo diciotto anni di depistaggi, misteriosi suicidi e piste farlocche, il cielo su Arce sembra finalmente rischiararsi. In realtà, un primo tentativo di indicare la strada maestra era stato compiuto nel 2008 dal brigadiere Santino Tuzi. Sentito dai pm, Tuzi – che prestava servizio presso la caserma di Arce all'epoca dei fatti – dichiarava di aver visto entrare la ragazza nell'alloggio in uso alla famiglia Mottola, verso indicazione del comandante stesso, e di non averla vista uscire almeno fino alle 14:30 (orario nel quale il Tuzi staccava il servizio). Tre giorni dopo quelle sconcertanti dichiarazioni si è tolto la vita con un colpo d'arma da fuoco. Ognuno potrà trarre le sue conclusioni in ordine a tale gesto estremo. La figlia ha più volte dichiarato che il padre voleva solo proteggere la sua famiglia da drammatiche (ulteriori) ripercussioni.

Con gli ultimi sviluppi, ritengo verosimile che dopo 18 anni si possa finalmente parlare di svolta nell'omicidio di Serena Mollicone.

Nella foto la criminologa Anna Vagli


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